Ads 468x60px

Pages

mercoledì 24 ottobre 2007

Cibi al veleno


CASERTA - Le mozzarelle galleggiano nella vasca di raffreddamento. Sbattono una contro l'altra. Hanno cortecce nodose, imperfette. Il tempo di arrivare a temperatura, di rassodarsi, e un nastro d'acciaio le destina alla salamoia, ultima liturgia prima del confezionamento.

"Queste se ne vanno in America" fa il casaro senza staccare gli occhi dalle sue creature. Sono mozzarelle di bufala taroccate. Piene di latte boliviano. Latte in polvere rigenerato, corretto col siero innesto e mischiato con quello locale casertano, che costa quattro volte tanto e per questo sta attraversando un periodo di vacche magre. Il "boliviano" arriva ogni settimana via Olanda ai porti di Napoli e Salerno. Con le loro autocisterne i produttori campani si attaccano alle navi come fossero mammelle. Fanno il pieno. Poi riempiono i serbatoi dei caseifici. Agro aversano, litorale domizio, alto avellinese, salernitano.

Incrociano e imbastardiscono. E guadagnano. Le bufale bolicasertane il casaro le piazza sul mercato a 6 euro al chilo anziché 9. Per produrle spende una miseria. La materia prima per fare un chilo di mozzarella costa circa 5 euro. Il latte di bufala 1,35 al kg. Con 1 kg di latte boliviano (50 centesimi) di chili di mozzarella se ne fanno 5. Una "bufala" delle bufale che ammazza il mercato. Una delle tante sofisticazioni che infettano le terre da dove vengono i migliori e anche i peggiori prodotti agro alimentari su piazza. Puglia, Campania, basso Lazio.

E' un mondo senza etica e con regole fisse (le loro) quello dei pirati della tavola. Abbattere i costi. Creare un prodotto mediocre, a volte immangiabile. Che però viene immesso normalmente sul mercato. Rischi bassissimi, ottimi guadagni, possibilità di riciclare ingenti quantità di denaro. "Il business più fiorente è il riciclaggio di prodotti scaduti - dice il colonnello Ernesto Di Gregorio, comandante dei Nas di Napoli con delega su tutto il Sud - . Poi, certo, i tarocchi: latticini, olio, vino, concentrato di pomodoro, carne, pesce". Sconfezionano e riconfezionano gli spacciatori di cibo. Appiccicano etichette posticce, "rinfrescano" prosciutti e salami. Tengono in vita la carne con nitrati e solfiti. I primi abbattono la flora batterica, i secondi mantengono il colore.

Così hamburger e salsicce possono resistere per giorni, senza dare nell'occhio, al banco della vendita. "Tagliano" le mozzarelle, le sbiancano, le gonfiano. Allungano e colorano l'olio, impestano il vino. Sganciano bombe sul nostro sistema gastrointestinale e circolatorio.

Sono banditi della tavola. Professionisti della frode capaci di inserirsi nella catena della piccola e della grande distribuzione, di puntellare con quintali di merce truccata un mercato che rende qualcosa come 1 miliardo di euro l'anno. Smerciano prodotti che invadono le nostre tavole, che riempiono gli scaffali delle botteghe e dei supermercati, che ritroviamo proposti nei menù dei ristoranti e in quelli meno ambiziosi delle mense e delle tavole calde. Aziende, uffici pubblici, navi, caserme. "Vede, queste invece vanno al Nord. Ormai su la bufala la trovi dappertutto, e la compri anche bene". L'uomo ha un faccione ispido. I polpastrelli duri e ustionati (mettete le mani nella pasta di latte a 90 gradi per vent'anni).

I modi smaliziati del sensale di un tempo. Apprezza il "don" anteposto al nome. "'A bufala piace a tutti, ce la chiedono, e noi gliela mandiamo... ", gongola. E' un produttore sofisticatore. Tarocca mozzarelle e ricotte. Le produce mischiando latte bufalino locale e latte congelato e liofilizzato proveniente dall'estero. Cagliate targate Romania, Ungheria, Polonia, Estonia, Lituania. E, ultima novità, il "boliviano". "Almeno la metà dei 130 caseifici che hanno il marchio Dop sofisticano la mozzarella di bufala", è l'allarme lanciato da Lino Martone, segretario del Siab, il sindacato degli allevatori bufalini di Caserta. "Non è così, il prodotto Dop, almeno quello, lo garantiamo", replica Luigi Chianese che del consorzio Mozzarella di bufala campana è il presidente. "Con gli altri prodotti forse qualche problemino c'è - ammette - ma dobbiamo ancora capire bene dove sta".

Pare tutto perfetto, tutto normale in questo caseificio di Cancello e Arnone. Alto casertano, 5 mila anime a cavallo delle due rive del Volturno. Una densità casearia pari a quella camorristica. Trattori e Mercedes tirate a lucido. Fa impressione vederle scivolare tra le campagne impregnate di diossina (per questo, dice Guglielmo Donadello di Legambiente, "la mozzarella campana oggi è uno dei prodotti più pericolosi d'Italia"). Al volante, uomini in canotta e in età matura. Accade a Casal di Principe, a Castel Volturno, a Grazzanise, a Marcianise. Sono i feudi del clan dei casalesi, i potenti camorristi le cui fortune milionarie poggiano soprattutto sul calcestruzzo. Ma non solo. Nascono come allevatori e casificatori i casalesi, molti di loro continuano il mestiere (come racconta un'indagine della Dda di Napoli). Le famiglie Schiavone, Zagaria, Iovine: ognuna ha parenti che allevano bufale e vacche. Ognuna rifornisce caseifici o ne possiede.

Come Claudio Schiavone, cugino del boss Francesco "Sandokan" Schiavone. Una stradina defilata di Casal di Principe. Vendita di latticini al minuto. Dicono le mozzarelle di bufala più buone della zona. "I più bravi nel settore sono proprio loro, i casalesi", ragiona un esperto che è anche conoscitore delle tecniche di adulterazione dei derivati del latte.

Ci sono caseifici che spuntano come funghi nella notte. Senza licenza edilizia. Vi lavorano, in media, una decina di persone. Se il capo ordina, bisogna obbedire. Truccare. "Il latte di bufala concentrato, unito al siero dolce, ti dà una mozzarella gonfiata dieci volte superiore al normale" - spiega ancora Martone che ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica. C'è qualcosa che non va nell'area dop (250 mila bufale) da Latina a Foggia passando da Caserta e Salerno.

"Molte aziende rifiutano il latte di bufala nostrano. Il prezzo alla stalla è sceso di 20 centesimi al litro. Eppure la produzione di mozzarelle non diminuisce, anzi. E allora: con che latte le fanno?". Con le cagliate romene. Le congelano di inverno e le scongelano d'estate, quando la richiesta di latticini aumenta del 30 per cento. Per sbiancarle (arrivano in Italia scurite dal tempo e dal viaggio) usano la calce e la soda caustica. La usano anche per correggere l'acidità della mozzarella. O per "tirare" la ricotta, perché così si accelera il processo di separazione del grasso dal siero e si favorisce l'affioramento del formaggio fresco. In certi caseifici tengono scorte di sacchi di calce.

"Quando li becchiamo il casificatore si giustifica dicendo che serve per pitturare una parete scrostata" - dice il colonnello Di Gregorio. Dal suo ufficio all'ultimo piano di una torre del centro direzionale di Napoli, tra la Procura e il carcere di Poggioreale, si domina un pezzo di città. "Sequestriamo di tutto, anche l'inimmaginabile. La calce qui la mettono pure sullo stoccafisso, per sbiancarlo e renderlo più morbido".
Ne combinavano di tutti i colori al mercato ittico di Porta Nolana, il più antico di Napoli. I Nas l'hanno chiuso il 29 luglio. Sequestro di tutta l'area. Rivolta dei venditori. Decine di cassonetti bruciati. Igiene sanitaria da suk terzomondiale. Molluschi turchi e greci importati coi Tir, moribondi, marci, rianimati con acqua di mare. Anguille cinesi vendute come pescato locale.

Dal mare si risale verso i piccoli centri dell'entroterra campano. Per fare una prova abbiamo bussato in una macelleria dalle parti di Baiano, ai confini dell'Agro Nolano: "Ho della carne in scadenza, manzo, la ritirate?". "Per questo mese siamo a posto, ma se ripassate tra una decina di giorni ve la ritiro", ha risposto il figlio del titolare. Siamo in area dot: denominazione origine tarocca. Mani esperte manipolano i cibi, li ingentiliscono dopo averli acquistati già "avviati" dall'Est europeo. Prendiamo la pummarola. "Le importazioni dalla Cina sono triplicate del 207 per cento, con un trend che porterà in Italia oltre 150 milioni di chili a fine anno - spiega Vito Amendolara, direttore della Coldiretti campana - Il concentrato di pomodoro che arriva a Napoli e Salerno viene rielaborato, riconfezionato, etichettato e esportato come Dop".

Un flagello, da queste parti, la sofisticazione. I rapporti delle operazioni dei Nas e dei Nac dei carabinieri disegnano una mappa che parte dal Lazio, taglia la Campania e piega verso Puglia e Sicilia, lambendo anche la Basilicata che si sta affacciando sul mercato della pirateria agro alimentare. Cinquecento chili di capperi marocchini spacciati come "di Pantelleria". Quintali di miele moldavo pieno di pesticidi. Centinaia di fusti di sale industriale - estratto dalle saline nordafricane infestate dai colibatteri fecali - smerciato come sale alimentare. Tutta roba scoperta nell'hinterland napoletano, e destinata con marchio falsificato al mercato nazionale e internazionale. Sulla torta del cibo truccato la camorra ha messo le mani da tempo, assieme alle organizzazioni criminali dell'Est europeo e cinesi. Un coinvolgimento organico di cui la Dia ha preso atto. La stessa cosa avviene in Puglia. Qui il prodotto taroccato per eccellenza è l'olio. La molitura delle olive e l'imbottigliamento rappresentano, da soli, il 2 per cento del Pil regionale.

Peccato che gli ulivi siano diventati terra di conquista dei corsari. L'extravergine d'oliva "corretto": è questo il loro fiore all'occhiello. Importano olio di colza o di nocciolino dalla Spagna, dalla Turchia, dalla Grecia, dalla Tunisia. Lo allungano col verdone per dargli il colore. Lo profumano. "Almeno il 75 per cento del nostro olio non ha una chiara origine certificata - dice Antonio De Concilio della Coldiretti pugliese - . In pratica è ad alto rischio sofisticazione". Un litro di extravergine vero costa 5 o 6 euro, farlocco 50 o 60 centesimi. Ma dove finisce? Chi lo compra? Finisce nelle grandi catene dei discount. Nelle botteghe di paese. Nelle mense pubbliche e private, nelle pizzerie.

Ne ordina grandi partite chi deve sfamare senza pretese tante persone. Come il vino a 50 centesimi a bottiglia. Rita Macripò è il presidente delle Cantine Lizzano, Taranto, dal 1957: 21 dipendenti, 600 soci consorziati. "Come fanno? Acquistano uva da tavola, la correggono con acido tartarico e coloranti. Quando i Nas o la Guardia di Finanza vanno nelle aziende - a volte sono semplici cisterne e basta - nell'ufficio anziché i libri contabili trovano le pistole". Sta girando una voce nel tarantino. Gli investigatori la ritengono attendibile. Dei produttori locali avrebbero ordinato partite enormi di tannino cinese di origine sintetica. Servirà a "correggere", a produrre bottiglie da vendere a 40 centesimi.

"Certe catene se ne fregano che sia robaccia - dice Macripò - . La comprano e basta. Faccio un esempio. A Taranto ci sono 40 mila marinai. Vuol dire un quarto di vino a testa al giorno. Fanno 10 mila litri al giorno, cioè 100 quintali, cioè 365 quintali l'anno. Secondo lei la Marina Militare che vino compra? Il nostro che costa 2,5 euro o quello che costa 40 centesimi? Pretendono tutti prezzi sempre più bassi. Così i produttori onesti vengono sbattuti fuori dal mercato".

A fianco del listino prezzi abbattuto, scoprendo i magheggi dei pirati agroalimentari, ritornano alla mente i sacchi di calce. I caseifici a scomparsa e le mozzarelle drogate. L'olio pitturato, il vino sintetico. Il pesce in coma. Il menù dell'altra alimentazione.

fonte: corriere.it

domenica 7 ottobre 2007

Don Peppe: parroco della Marina




Il 18 di Agosto di quest'anno si è svolta la cerimonia di commemorazione al Garden di San Vito.
Giuseppe Argentieri nacque a Furci, divenne sacerdote, visse poi e operò sempre a S.Vito,semplicemente come don Peppe.
Le carte anagrafiche dicono che sia morto nel 1972, a soli 51 anni.
Non è falso . Ma non è nemmeno la piena Verità.
In realtà, LUI è vivo, più che mai vivo.
E’ diventato addirittura un mito: citato, nominato, lodato, DISCUSSO.
AMATO di un amore più consapevole e più limpido ; VENERATO;
SEMPRE PRESENTE , diluito come sale nell’acqua,in questa comunità ,che Lui ha EDIFICATO, unendo gli sparpagliati spezzoni di tre comuni diversi , impregnandoli di collante solidarietà, dandogli colore,sapore…un’anima.

Lo prova una piazza che porta il suo nome.
Lo dice una lapide che campeggia nella chiesa.
Lo certifica il monumento che per noi ha interpretato con la pietra lo scultore Vito Bucciarelli sulla piazza delle magnolie, accanto alla chiesa della Madonna del Porto.
Con le sue tre parti strutturali:
Il volto di don Peppe che ci sorride giornalmente dall’alto della stele.
La metaforica ombra-orma di marmo che la stele imprime sul terreno.
Le parole che parlano di Lui sulla targa, ai piedi del monumento.
Lo conferma il fatto che stasera siamo qui, tutti , solo e solamente per don Peppe, con don Peppe, a scaldarci, con orgoglio di privilegiati, all’alito della sua amicizia, della sua vicinanza.
Con in prima fila, i SUOI RAGAZZI; i ragazzi del suo particolare, singolare oratorio, promotori di questo incontro;
e tra essi, quei tre ragazzi oggi uomini maturi, noti e apprezzati operatori economici, Antonio il cavaliere, Levino, Carlo De Sanctis, figli di Filippo e di Maria Tosto, che qui ci accolgono stasera in agape fraterna.
Un nonno infiltrato, come me, che fu amico di don Peppe e della sua famiglia, viene a esprimere la più viva ammirazione per questi ragazzi, per la bella ed edificante prova di sensibilità.
MA CHI HA DETTO CHE OGGI NON CI SONO PIU’ VALORI?
Come ciascuno di noi, don Peppe è stato chiamato a vivere in questo mondo.
Invitato a vivere su questa terra e per nostra fortuna in questo luogo, in questo paese.
Egli ha lasciato la casa in cui è stato ospite più ricca, più umana, più giusta ,più affiatata. Più bella di come l’ha trovata.
Ci ha fatto riscoprire l’idea che siamo solo ospiti e per di più di passaggio sulla scena della vita e del mondo;
e che non è lecito comportarci nelle piccole come nelle grandi cose con quella arroganza che umilia e distrugge, che finalizza tutto al proprio vantaggio e al proprio egoismo, che imprigiona e inaridisce in rituali formalismi liturgici, ignorando le realtà umane.
Ci ha lasciato un profumo di UMANA AUTENTICITA’, LAICA E CRISTIANA INSIEME, che è il senso di quella striscia di pietra che si srotola alla base del monumento.
Nessuno è perfetto, certamente ,in questo passaggio terreno, anche perché le cosiddette logiche per misurare sono imperfette esse stesse ,inesauribili e contraddittorie.
Ma se siamo qui ,stasera,per ricordare l’uomo, per parlare della persona,del sacerdote, è senza dubbio perché LUI qualcosa ha detto , ha lasciato ,ha segnato nel nostro cuore.
In questo, senso Egli è stato Personaggio pieno di fascino, Pastore carismatico, come si legge sul suo monumento.
E’ il cuore che istintivamente e primieramente dice il vero: Prende o respinge, a fiuto , il cuore.
Il ragionamento viene dopo. Come naturale bisogno e tentativo di cercare e capire meglio la verità già assodata e accettata. Una specie di rassicurazione.
E’ il tentativo che tenta anche me; che vorrei fare per un momento,se mi è concesso, per chiarire meglio quanto ho telegraficamente già dettato per la targa del monumento e non ho avuto opportunità di fare la sera dell’inaugurazione del monumento stesso.
Solo per rafforzare le convinzioni del cuore.
Mi fermo al concetto di CARITA’.
“Testimone di carità” ho scritto sulla targa…quella Carità, volevo dire, che non è solo generica generosità, come comunemente si crede; allungare la mano per dare;
ma che è magnanimità, comprensione, apertura all’altro, disponibilità per la quale don Peppe accoglieva senza filtri e preconcetti;
ascoltava, preveniva la richiesta di aiuto, giustificava, perdonava, sorvolava per non imbarazzare, per spegnere le diffidenze irrazionali degli approcci e mettere tutti a proprio agio.
Quella Carità che è la più eccelsa delle virtù umane, come spiega S.Paolo.
Quella Carità che non sventola bandiere di Crociate e non si accoda al “si vis pacem para bellum”.
Ma che crede nel “ si vis pacem para pacem” di Machado.
Quella Carità che non è solo qualcosa di sentimentale, ma che significa MEDIAZIONE tra la Giustezza dei principi e delle regole e la complessità delle situazioni umane;
che capisce la fragilità umana.
Don Peppe è stato il primo , a mia memoria, a far prendere l’ostia in mano ai bambini innocenti per un avvicinamento dolce alla prima comunione senza turbamenti, liberando la religione dalla opacità di polverosi diaframmi .
Apriva le porte a tutti, alle PERSONE, senza curarsi se erano di sinistra o di destra o di centro.
Ricordo che accolse nel salone parrocchiale , con naturalezza che sembrava audacia temeraria,
la presentazione e la discussione aperta del rivoluzionario libro di don Milani, la famosa Lettera a una professoressa,
che ci ha fatto aprire gli occhi su tante cose. Nessun altro aveva voluto ospitare quell’incontro. Caddero diffidenze e steccati ideologici.
Accoglieva nella sua canonica anziani e pensionati per i quali allora non esistevano strutture sociali di ritrovo e aggregazione. Beveva un bicchiere in loro compagnia .
Dava simpatica ospitalità ai professori della scuola media forestieri, che solitamente scappavano subito dopo il servizio verso i paesi di provenienza; che si fermavano volentieri da lui e SOLO DA LUI, per una amichevole partita a carte, prima di ripartire, e avevano modo di conoscere utilmente la realtà locale.
Condivideva giochi e cibo con i ragazzi, facendo anche debiti.
Qualcuno ha pensato che li viziasse, che li abituasse all’assistenzialismo. Tutt’altro.
Erano tempi di micragna, quelli. Tempi diversi. Non c’era lavoro. Non circolavano soldi.
Nessuno sa ,forse, che a ciascuno di quei ragazzi apriva un libretto postale, proprio per abituarli al risparmio. E più d’uno di essi, nel tempo, si ritrovò con sorpresa un tesoretto.

Don Peppe:un Uomo vero( e virile direi), un galantuomo, una persona autentica, un prete umile, credibile e amabile; un sacerdote VERO PASTORE, che faceva passare in seconda piano la sua Figura di ruolo ufficiale
per far intravedere quella di un ALTRO…più grande e misericordioso…
e far passare il messaggio di quel Cristianesimo VIVO e Profetico, che condivideva con Giovanni XXIII, il papa BUONO e con l’arcivescovo Capovilla, suo amico.

Alberto di Giovanni

domenica 23 settembre 2007

Marchionne a San Vito


Ero sulla punta del porto, sotto il faro, parlavo con Rocco, pescatore indigeno, quando mi giro e vedo cinque persone che girano per la punta. Controllano gli scogli, il fondale, l'orizzonte. Scorgo una persona con il maglione a quadri, capelli lunghi e occhialini. Ma, non ci faccio caso. Ad un certo momento, parlando ad uno di loro,lui esclama:" Ma, in questo bel posto, perché è così mal curato?". Non ho sentito la risposta, poi, non mi hanno dato retta. Ho pensato, quella è una faccia conosciuta, ma, posso rispondere io?
Lui, che poi ho riconosciuto è Sergio Marchionne, nato a Chieti, l'uomo che ha risollevato la Fiat.
Questo è l'articolo sul corriere.it del 23 settembre 2007
Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha pronunciato al convegno della rivista «L'Industria» un applaudito intervento sui modelli di capitalismo e la responsabilità sociale. Eccone i passaggi più significativi.
***
■ Forum: capitalismo e responsabilità sociale
La storia della Fiat richiede di essere collocata e compresa all'interno del contesto sociale in cui il turnaround è stato realizzato. Gestire un'impresa in Europa significa prima di tutto avere a che fare con un modello di capitalismo che ha caratteristiche molto specifiche. Alcuni economisti sono convinti che il sistema europeo — per migliorare produttività, efficienza e profitti — debba convergere verso il modello americano. Non credo che questo tipo di convergenza sia possibile nel medio termine, ma non credo neppure sia auspicabile. Le organizzazioni europee sono nate e cresciute in un terreno culturale fertilizzato da due condizioni storiche: una tradizione di apertura al mercato relativamente recente e un forte senso di responsabilità sociale. Non esiste un unico modello di capitalismo. Stati Uniti, Asia, Europa sono tutti in competizione fra loro ma nessuno converge verso nessun altro. L'unico denominatore comune è il mercato. Queste organizzazioni danno il meglio di sé quando sono messe a bagno nella concorrenza aperta e globale.
È il concetto di responsabilità sociale che differenzia l'Europa dagli Stati Uniti. Secondo un'analisi dell'Ocse, la spesa pubblica sociale è circa il 27% del Pil in Francia, Germania e Italia — in Svezia addirittura il 38% — mentre si aggira intorno al 16% negli Usa. La differenza tra i livelli di spesa pubblica — europeo e americano — si manifesta in modo evidente a partire dal 1975. Da quel momento vi è un notevole aumento della spesa in Europa mentre in Usa si mantiene costante nel tempo. Indagare quali siano i motivi è compito dei politici. Qualunque sia la ragione, queste differenze esistono e chiunque operi in Europa deve considerare questo particolare contesto sociale e politico. Sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat, ma anche in altre realtà industriali europee, che si può e si deve cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possono trovare.
In Fiat abbiamo ottenuto risultati importanti sulla via del dialogo. Dopo dieci anni— e senza un'ora di sciopero, che è un caso più unico che raro per l'Italia— è stato rinnovato il contratto integrativo aziendale. Dopo dieci anni sono stati assunti in fabbrica i primi giovani, in cambio di turni straordinari di lavoro. Abbiamo siglato un importante accordo con le istituzioni locali per la riqualificazione di Mirafiori, il più grande complesso industriale italiano, che ha comportato anche l'avvio di una nuova linea di produzione e l'assorbimento della cassa integrazione congiunturale. I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che trasformazioni simili sono possibili, anche in un Paese con una forte coscienza sindacale e con quello che la maggior parte dei commentatori anglosassoni chiamerebbero «struttura del lavoro poco flessibile». Se dovessi scegliere tra cercare di risolverela relazione di General Motors con i suoi sindacati (Uaw) o di trattare i livelli occupazionali in Europa, io preferirei la seconda.
Non c'è dubbio che la produttività e la flessibilità rimangono gli elementi chiave del nostro sviluppo industriale. In questo contesto, l'Italia è decisamente indietro rispetto al resto dell'Europa, ma resto convinto che è sulla strada del dialogo costruttivo che i problemi si possono risolvere. Se una società liberale deve durare nel tempo, è nel suo interesse sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento.
L'Europa può e deve distinguersi nella creazione e nella gestione di mercati liberi, riconoscendo e trattando in modo efficace le conseguenze delle loro attività sui propri membri. E deve farlo in maniera onesta e giusta, senza cadere preda di certi meccanismi troppo protettivi che sono già in uso in alcuni paesi membri e che, soprattutto in Italia, possono seriamente minacciare la ripresa industriale del Paese. Ma l'impegno esiste e non può essere ignorato. Lo sviluppo di un'impresa non è solo una questione di tecnologia o di risorse finanziarie. È prima di tutto una questione di cultura. Le nostre imprese hanno bisogno di abbracciare la sfida del nuovo e pensare al futuro come a una grande opportunità. Hanno bisogno di un contesto trasparente e altamente competitivo. Hanno bisogno di vivere la cultura del cambiamento come una necessità. Di misurarsi ogni giorno sul merito, di fondare le proprie radici sui valori della concorrenza e del mercato. Quello che ogni Paese può fare è garantire che questa partita si giochi alla pari, che le opportunità siano le stesse offerte ad altre imprese in altri Paesi. In Italia non sempre queste condizioni sono così facili da trovare.
Qualche ragione c'è se gli investimenti esteri sono ancora così bassi. E queste ragioni si chiamano burocrazia, servizi, infrastrutture, tasse e costi di gestione. Dalla mia esperienza personale, ho visto che i vincoli burocratici alla fine proteggono aziende inefficienti, aziende che non hanno prospettive di sviluppo e nella maggior parte dei casi scaricano i costi sui clienti. La burocrazia non fa che alimentare se stessa. Perché porta la società a chiudersi a riccio, a proteggere quello che già esiste, senza mai affrontare le sfide del cambiamento. Allo stesso modo, ci sono altri elementi importanti per costruire un sistema economico che possa mostrarsi «attrattivo» non soltanto per chi opera già oggi in Italia ma anche per le aziende estere. Penso al miglioramento dei servizi pubblici, alla creazione di una rete di infrastrutture efficiente e moderna, a cominciare dal sistema viario e dei trasporti in genere. Ma penso anche alla riduzione della pressione fiscale e ad un tema come il costo dell'energia che in Italia è decisamente eccessivo rispetto al resto dei Paesi più industrializzati.
Tutti questi ragionamenti valgono a maggior ragione per il Sud Italia, dove è prioritario colmare il gap nei confronti del resto del Paese. Ma la prospettiva con cui ci si deve muovere non può essere quella assistenziale. La cultura dell'assistenzialismo produce dipendenza e spegne lo spirito di iniziativa e il senso di responsabilità. Il lavoro si crea solo se i meccanismi economici sono efficienti e se gli stimoli del mercato sono forti. In questo modo anche la cultura del cambiamento e della competizione possono trovare un terreno fertile. Credo che il caso della Fiat sia solo un esempio della ristrutturazione dell'industria in Europa e della forza positiva del cambiamento. Il nostro cambiamento è stato realizzato da un gruppo di manager internazionali, molti dei quali italiani, che hanno abbracciato l'idea della competizione globale e che sono disposti a mettersi in gioco e a coinvolgere gli altri stakeholders nel sistema economico per raggiungere i necessari livelli di competitività. Grandi organizzazioni sono il risultato dell'esercizio della leadership di uomini e di donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto fondamentale per gli altri e che ispirano.
C'è una storia che oggi non vi ho raccontato. In un certo senso è troppo presto per raccontarla, è la storia della trasformazione personale dei leader che sono stati coinvolti nel rilancio della Fiat e delle persone che gestivano. Ci sono dozzine di esempi simili e indubbiamente più validi e significativi: General Electric negli ultimi 25 anni, prima con Jack Welch ed adesso con Jeff Immelt; la resurrezione di Ibm operata da Lou Gerstner, le esperienze di Robert Oppenheimer nel Manhattan project con il team che ha costruito la bomba atomica, l'incredibile vittoria di Bili Clinton nelle elezioni presidenziali del 1992. Ma l'elemento comune a tutti questi casi è che tutti hanno lasciato un segno indelebile sulla formazione e sulla crescita dei leader. Sono cambiati per sempre.
Stiamo imparando come si vive da sopravvissuti e stiamo sviluppando le capacità di pensare al futuro in modo aggressivo e positivo. E lo stiamo facendo in un paese che è stato spesso etichettato dall'Economist strutturalmente e cronicamente perdente con titoli quali «Arrivederci. dolce vita» e «Don't cry for me, Italia». Ma questa è la prova che c'è speranza per tutti noi: nemmeno gli inglesi hanno la capacità di andare oltre i limiti della credulità e dell'immaginazione. Dopo tutto, la storia della Fiat è la storia del potere della leadership e della mancanza di paura di un gruppo di leader integri impegnati a raggiungere gli obiettivi. Come dice Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini. Gli uomini seguono il coraggio». E forse dobbiamo dare ragione a un teorico politico molto frainteso — Niccolò Machiavelli — che circa 600 anni fa disse: «Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio».
In Fiat stiamo costruendo un gruppo guidato da uomini e donne di virtù. Ed è grazie al loro coraggio e alla loro virtù se oggi posso concludere citando la fine del libro ‘‘Una storia tra due città'' di Charles Dickens e parafrasando le ultime parole: «It is a far, far better thing Fiat does, than it has ever done. It is a far, far better place it is going to than it has ever gone». Tradotto: «Fiat sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia mai fatto. Sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata».
Sergio Marchionne

sabato 15 settembre 2007

Benvenuti in questo spazio virtuale.

Un click a destra su ADS by GOOGLE non costa nulla ...

giovedì 13 settembre 2007

Fuoco dall'acqua di mare


La scoperta è importante solo perché è dimostrabile tutto e,il contrario di tutto.
É un principio che l'uomo conosce da millenni. L'acqua spegne il fuoco. Ora questa certezza non c'è più. Uno scienziato americano ha infatti scoperto come dar fuoco all'acqua di mare. E come tutte le grandi invenzioni anche quella del professor John Kanzius è avvenuta per caso. Lo scienziato ha dedicato tutta la sua vita allo studio della radioterapia per la cura dei tumori. E proprio nel tentativo di perfezionare un nuovo dispositivo per la guarigione dal cancro che lo scienziato ha provato a desalinizzare l'acqua di mare con un generatore di radio-frequenze.Dividere i sali dall'acqua per sperimentare un sistema per uccidere le cellule cancerogene da quelle sane. Ma quello che doveva essere un esperimento di routine si è trasformato nella mela di Newton. Le radio frequenze hanno infatti incendiato l'acqua producendo una fiammata. L'esperimento è stato ripetuto con il chimico Rustum Roy della Penn State University dando risultati positivi. Il segreto sta nelle onde radio capaci di rompere i legami molecolari liberando l'idrogeno che, sottoposto alle onde radio continuerà a bruciare. Secondo Roy, quella di Kanzius è «la più sensazionale scoperta degli ultimi anni nel campo delle ricerche dell'acqua». Il potenziale è enorme, se anche «il mare diventasse un combustibile, avremmo giacimenti infiniti». Roy incontrerà rappresentanti del ministero dell'Energia e della Difesa americani per avere finanziamenti per le sue ricerche.
video esperimento

Fonte ilsole24ore.com

giovedì 30 agosto 2007

Un condominio sanvitese raccontato per la Mondadori


Mi ero già occupato del libro della sorella di Attilio ma la recensione del Prof. Alberto di Giovanni è un riassunto, una breve introduzione ad uno spaccato di vita quasi quotidiana di questo comune. I luoghi, sono vere i personaggi verosimili ma, la narrazione nell'abile penna di Giulia completa il contesto.
Che dire, il piccolo paesello di provincia che la Giulia adora e la Mondadori abilmente celebra. Alberto di Giovanni nella sua recensione non riassume solo la trama, va avanti entra, cesella, rende ancora più appassionato il racconto.

Vola nelle librerie il nuovo romanzo della scrittrice frentana Giulia Alberico “ Il vento caldo del garbino”, edito da Mondatori. Il libro racconta, in tre capitoli, la vita e la tensione che brulicano durante tre giornate di minaccioso, inquietante, opprimente “garbino” all’interno di un piccolo condominio di un paese di mare della costa dei trabocchi sull’Adriatico.
Un luogo dove, presso un corso d’acqua, c’è un molo coi trabocchi da cui si vede Punta Penna, dove le “vigne e gli ulivi scendono a lambire il mare”; dove c’è uno stabilimento balneare chiamato Aldebaran, dove si trovano spiaggette impervie, ma appartate e tranquille; dove si svolge una caratteristica processione al mare per festeggiare la Madonna del Porto; dove gli arrivi improvvisi tempestosi del garbino sono detti “ rivuddure” dai pescatori.
Un romanzo concentrato nello spazio e nel tempo, abbastanza compatto, annonico nell’architettura e armonioso nella tessitura. Racconto in terza persona che fila spedito e avvincente, intervallato da saporosi dialoghi e condito da contrappunti di sottile e garbato umorismo. Una prosa tersa, asciutta e densa e una lingua essenziale, incisiva e straordinariamente chiara, che strizza l’occhio al parlato, ma senza sbavature.
Sul piccolo condominio, non diverso da tutti quelli del mondo, la scrittrice focalizza la sua attenzione nei giorni 3,4 e 5 agosto di una calda estate, mentre imperversa un marcio garbino che fa ritirare tutti nel proprio guscio. Una varia umanità, “ sfiancata dal caldo e dalle emozioni”, si avvita nei ricordi, nei rimpianti, nei sogni; rumina amarezze e sordi rancori. La scrittrice porta alla ribalta, a uno a uno gli abitanti ( tutte donne, tranne uno): una galleria di personaggi vivi e veri. Tante storie parallele, che, ad ogni pagina, presentano una novità, una nuova partenza, un chiarimento ulteriore, una sorpresa.
Un pezzo di storia dopo l’altro, un personaggio appresso all’altro. La Alberico li appaia, li spariglia, li riannoda e intanto fa venire a galla conflitti familiari, brandelli di giovinezza andata, vite chiuse nell’arco di un’avventura scolastica, dolorosi rimpianti di amori perduti, simbiotiche amicizie tra amiche che si trasformano in acre rivalità, rapporti madre figlia/o padronali ed esproprianti, carità false e recitate, strani rapporti coniugali, l’ingenuo e fiducioso ancoraggio a un “indegno amore lontano”, la solitudine inconsolabile di una vedova, la durezza di cuore di donna che si scioglie in insospettata tenerezza per un animale ferito.
Emergono sentimenti forti e vibranti, ma senza zuccherosi sentimentalismi. La scrittrice non indulge al banale voyeurismo, ma prospetta automaticamente l’Essere Umano nella sua problematica interezza esistenziale, annegata tra incertezze esistenziale, annegata tra incertezze, paure, ambiguità irrisolvibili.
Il garbino (Ostro-libano-libeccio), che sulla costa Adriatica ha attraversato le giornate di tutti noi, è quel afoso, calamitoso, deprimente, foriero di pioggia tempestosa, che rivela la meteoropatia che ci portiamo addosso; un vento di “cattiva natura”, come diceva il Benincasa già nel XVI secolo.
Per la Alberico è solo l’occasione, poco più di un pretesto, per ricordi, per evocazioni sul filo di una memoria antica, per inseguire se stessa, il presente, il passato, il senso o il non senso della vita; per indagare come gli uomini, ma soprattutto le donne, reagiscono di fronte alle sconfitte e al fallimento; per scrutare, insomma l’animo umano, quello femminile in particolare, che lei sa leggere e rappresentare come pochi.
Personaggio chiave ed unico maschio del romanzo è Alfonso Basti; una figura simpatica ed affascinante, un distinto ammiraglio in pensione, mezzo filosofo, “venuto a patti con la solitudine, da cui ha ricavato qualche dolcezza”, che osserva tutto il distacco e tiene il filo da dietro le quinte.
Il romanzo chiude con una pioggia ristoratrice, che scarica le tensioni, e con il ritorno della quiete dopo la tempesta. “ Il temporale si porta via l’estate e le scorie degli umori tristi”.
La lezione è che nulla si muta senza sofferenza e che ogni metamorfosi reca morte apparente e genera resurrezione. La scoperta che, per tutti noi, una delle cose più difficili è capire chi amiamo, chi abbiamo vicino; e che la felicità o l’infelicità di un essere “ non è focosa di cui un altro può farsi carico o garante”.

martedì 21 agosto 2007

Quando 98 miliardi di euro di tasse vengono dimenticate





Due giornalisti del Secolo XIX di Genova, Menduni e Sansa, denunciano da tempo le imposte non pagate dai Monopoli di Stato. Tenetevi forte, sono 98 MILIARDI DI EURO.
Dove sono finiti questi soldi? Ai partiti, alle Mafie, a privati cittadini? Tangentopoli in confronto sembra una barzelletta e Valentino Rossi un bambino che ha rubato le caramelle.
Visco se ci sei batti un colpo, dato che le federazioni dei Ds sono proprietarie di sale Bingo. Fini e Alemanno, così impegnati sui costi della politica, chiedete informazioni ai vostri consiglieri delle società concessionarie delle slot machine.
Di seguito la lettera di Menduni e Sansa al signor Tino, direttore dei Monopoli di Stato.

“Gentile dottor Giorgio Tino,
ci piacerebbe porgerle queste domande a voce, ma parlarLe sembra essere impossibile. Da mesi La cerchiamo inutilmente, cominciamo quasi a dubitare che Lei esista davvero. E dire che Lei avrebbe interesse a rispondere (oltre che il dovere).
Secondo il rapporto di una commissione di inchiesta parlamentare e secondo gli uomini della Guardia di Finanza infatti, tra imposte non pagate e multe non riscosse le società concessionarie delle slot machine devono allo Stato 98 miliardi di euro. Sarebbe una delle più grandi evasioni della storia d’Italia.
Secondo la commissione e gli investigatori, questo tesoro sarebbe stato regalato alle società che gestiscono il gioco d’azzardo legalizzato. Di più: nei consigli di amministrazione di alcune di queste società siedono uomini appartenenti a famiglie legate alla Mafia. Insomma, lo Stato italiano invece di combattere Cosa Nostra le avrebbe regalato decine di miliardi di euro.
Con quel denaro si potrebbero costruire metropolitane in tutte le principali città d’Italia. Si potrebbero comprare 1.000 Canadair per spegnere gli incendi. Potremmo ammodernare cinquecento ospedali oppure organizzare quattro olimpiadi. Si potrebbero realizzare impianti fotovoltaici capaci di fornire energia elettrica a milioni di persone oppure si potrebbe costruire la migliore rete di ferroviaria del mondo.
Da mesi noi abbiamo riportato sul nostro giornale, Il Secolo XIX, i risultati dell’indagine. Decine di pagine di cronaca che non sono mai state smentite. Secondo la commissione d’inchiesta, i Monopoli di Stato hanno gravi responsabilità nella vicenda. Non solo: la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie di pagare decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno ingiusto patito dallo Stato. E nei Suoi confronti, signor Tino, i magistrati hanno aperto un procedimento per chiedere il pagamento di 1,2 miliardi di euro di danni.
Ma Lei che cosa fa? Tace e rimane al suo posto, come tutti i responsabili dei Monopoli, dalla dottoressa Barbarito alla dottoressa Alemanno (sorella dell’ex ministro di Alleanza Nazionale).
E, cosa ancora più incredibile, tace il vice-ministro dell’Economia, Vincenzo Visco (che da mesi ha ricevuto il rapporto della commissione di inchiesta), da cui Lei dipende.
Può spiegarci per filo e per segno che fine hanno fatto quei 98 miliardi di euro che secondo la Finanza sono stati sottratti alle casse dello Stato?
Finora Lei non ci ha mai voluto rispondere. Forse conta sul sostegno del mondo politico. Del resto la Sua poltrona è una delle più ambite d’Italia. Pochi lo sanno, ma i Monopoli gestiscono il commercio del tabacco e del gioco d’azzardo legalizzato. Insomma, un tesoro, su cui i partiti si sono lanciati da anni: An ha suoi rappresentanti proprio nei consigli di amministrazione delle società concessionarie delle slot machine, mentre le federazioni dei Ds sono proprietarie di molte sale Bingo.
Così Lei può permettersi di tacere. Ma chissà che cosa farebbe se a ripeterLe queste domande fossero decine di migliaia di visitatori di questo blog (l’indirizzo dell’ufficio stampa è: ufficiostampa@aams.it)?” Marco Menduni e Ferruccio Sansa
fonte beppegrillo.it