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domenica 23 settembre 2007

Marchionne a San Vito


Ero sulla punta del porto, sotto il faro, parlavo con Rocco, pescatore indigeno, quando mi giro e vedo cinque persone che girano per la punta. Controllano gli scogli, il fondale, l'orizzonte. Scorgo una persona con il maglione a quadri, capelli lunghi e occhialini. Ma, non ci faccio caso. Ad un certo momento, parlando ad uno di loro,lui esclama:" Ma, in questo bel posto, perché è così mal curato?". Non ho sentito la risposta, poi, non mi hanno dato retta. Ho pensato, quella è una faccia conosciuta, ma, posso rispondere io?
Lui, che poi ho riconosciuto è Sergio Marchionne, nato a Chieti, l'uomo che ha risollevato la Fiat.
Questo è l'articolo sul corriere.it del 23 settembre 2007
Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha pronunciato al convegno della rivista «L'Industria» un applaudito intervento sui modelli di capitalismo e la responsabilità sociale. Eccone i passaggi più significativi.
***
■ Forum: capitalismo e responsabilità sociale
La storia della Fiat richiede di essere collocata e compresa all'interno del contesto sociale in cui il turnaround è stato realizzato. Gestire un'impresa in Europa significa prima di tutto avere a che fare con un modello di capitalismo che ha caratteristiche molto specifiche. Alcuni economisti sono convinti che il sistema europeo — per migliorare produttività, efficienza e profitti — debba convergere verso il modello americano. Non credo che questo tipo di convergenza sia possibile nel medio termine, ma non credo neppure sia auspicabile. Le organizzazioni europee sono nate e cresciute in un terreno culturale fertilizzato da due condizioni storiche: una tradizione di apertura al mercato relativamente recente e un forte senso di responsabilità sociale. Non esiste un unico modello di capitalismo. Stati Uniti, Asia, Europa sono tutti in competizione fra loro ma nessuno converge verso nessun altro. L'unico denominatore comune è il mercato. Queste organizzazioni danno il meglio di sé quando sono messe a bagno nella concorrenza aperta e globale.
È il concetto di responsabilità sociale che differenzia l'Europa dagli Stati Uniti. Secondo un'analisi dell'Ocse, la spesa pubblica sociale è circa il 27% del Pil in Francia, Germania e Italia — in Svezia addirittura il 38% — mentre si aggira intorno al 16% negli Usa. La differenza tra i livelli di spesa pubblica — europeo e americano — si manifesta in modo evidente a partire dal 1975. Da quel momento vi è un notevole aumento della spesa in Europa mentre in Usa si mantiene costante nel tempo. Indagare quali siano i motivi è compito dei politici. Qualunque sia la ragione, queste differenze esistono e chiunque operi in Europa deve considerare questo particolare contesto sociale e politico. Sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat, ma anche in altre realtà industriali europee, che si può e si deve cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possono trovare.
In Fiat abbiamo ottenuto risultati importanti sulla via del dialogo. Dopo dieci anni— e senza un'ora di sciopero, che è un caso più unico che raro per l'Italia— è stato rinnovato il contratto integrativo aziendale. Dopo dieci anni sono stati assunti in fabbrica i primi giovani, in cambio di turni straordinari di lavoro. Abbiamo siglato un importante accordo con le istituzioni locali per la riqualificazione di Mirafiori, il più grande complesso industriale italiano, che ha comportato anche l'avvio di una nuova linea di produzione e l'assorbimento della cassa integrazione congiunturale. I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che trasformazioni simili sono possibili, anche in un Paese con una forte coscienza sindacale e con quello che la maggior parte dei commentatori anglosassoni chiamerebbero «struttura del lavoro poco flessibile». Se dovessi scegliere tra cercare di risolverela relazione di General Motors con i suoi sindacati (Uaw) o di trattare i livelli occupazionali in Europa, io preferirei la seconda.
Non c'è dubbio che la produttività e la flessibilità rimangono gli elementi chiave del nostro sviluppo industriale. In questo contesto, l'Italia è decisamente indietro rispetto al resto dell'Europa, ma resto convinto che è sulla strada del dialogo costruttivo che i problemi si possono risolvere. Se una società liberale deve durare nel tempo, è nel suo interesse sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento.
L'Europa può e deve distinguersi nella creazione e nella gestione di mercati liberi, riconoscendo e trattando in modo efficace le conseguenze delle loro attività sui propri membri. E deve farlo in maniera onesta e giusta, senza cadere preda di certi meccanismi troppo protettivi che sono già in uso in alcuni paesi membri e che, soprattutto in Italia, possono seriamente minacciare la ripresa industriale del Paese. Ma l'impegno esiste e non può essere ignorato. Lo sviluppo di un'impresa non è solo una questione di tecnologia o di risorse finanziarie. È prima di tutto una questione di cultura. Le nostre imprese hanno bisogno di abbracciare la sfida del nuovo e pensare al futuro come a una grande opportunità. Hanno bisogno di un contesto trasparente e altamente competitivo. Hanno bisogno di vivere la cultura del cambiamento come una necessità. Di misurarsi ogni giorno sul merito, di fondare le proprie radici sui valori della concorrenza e del mercato. Quello che ogni Paese può fare è garantire che questa partita si giochi alla pari, che le opportunità siano le stesse offerte ad altre imprese in altri Paesi. In Italia non sempre queste condizioni sono così facili da trovare.
Qualche ragione c'è se gli investimenti esteri sono ancora così bassi. E queste ragioni si chiamano burocrazia, servizi, infrastrutture, tasse e costi di gestione. Dalla mia esperienza personale, ho visto che i vincoli burocratici alla fine proteggono aziende inefficienti, aziende che non hanno prospettive di sviluppo e nella maggior parte dei casi scaricano i costi sui clienti. La burocrazia non fa che alimentare se stessa. Perché porta la società a chiudersi a riccio, a proteggere quello che già esiste, senza mai affrontare le sfide del cambiamento. Allo stesso modo, ci sono altri elementi importanti per costruire un sistema economico che possa mostrarsi «attrattivo» non soltanto per chi opera già oggi in Italia ma anche per le aziende estere. Penso al miglioramento dei servizi pubblici, alla creazione di una rete di infrastrutture efficiente e moderna, a cominciare dal sistema viario e dei trasporti in genere. Ma penso anche alla riduzione della pressione fiscale e ad un tema come il costo dell'energia che in Italia è decisamente eccessivo rispetto al resto dei Paesi più industrializzati.
Tutti questi ragionamenti valgono a maggior ragione per il Sud Italia, dove è prioritario colmare il gap nei confronti del resto del Paese. Ma la prospettiva con cui ci si deve muovere non può essere quella assistenziale. La cultura dell'assistenzialismo produce dipendenza e spegne lo spirito di iniziativa e il senso di responsabilità. Il lavoro si crea solo se i meccanismi economici sono efficienti e se gli stimoli del mercato sono forti. In questo modo anche la cultura del cambiamento e della competizione possono trovare un terreno fertile. Credo che il caso della Fiat sia solo un esempio della ristrutturazione dell'industria in Europa e della forza positiva del cambiamento. Il nostro cambiamento è stato realizzato da un gruppo di manager internazionali, molti dei quali italiani, che hanno abbracciato l'idea della competizione globale e che sono disposti a mettersi in gioco e a coinvolgere gli altri stakeholders nel sistema economico per raggiungere i necessari livelli di competitività. Grandi organizzazioni sono il risultato dell'esercizio della leadership di uomini e di donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto fondamentale per gli altri e che ispirano.
C'è una storia che oggi non vi ho raccontato. In un certo senso è troppo presto per raccontarla, è la storia della trasformazione personale dei leader che sono stati coinvolti nel rilancio della Fiat e delle persone che gestivano. Ci sono dozzine di esempi simili e indubbiamente più validi e significativi: General Electric negli ultimi 25 anni, prima con Jack Welch ed adesso con Jeff Immelt; la resurrezione di Ibm operata da Lou Gerstner, le esperienze di Robert Oppenheimer nel Manhattan project con il team che ha costruito la bomba atomica, l'incredibile vittoria di Bili Clinton nelle elezioni presidenziali del 1992. Ma l'elemento comune a tutti questi casi è che tutti hanno lasciato un segno indelebile sulla formazione e sulla crescita dei leader. Sono cambiati per sempre.
Stiamo imparando come si vive da sopravvissuti e stiamo sviluppando le capacità di pensare al futuro in modo aggressivo e positivo. E lo stiamo facendo in un paese che è stato spesso etichettato dall'Economist strutturalmente e cronicamente perdente con titoli quali «Arrivederci. dolce vita» e «Don't cry for me, Italia». Ma questa è la prova che c'è speranza per tutti noi: nemmeno gli inglesi hanno la capacità di andare oltre i limiti della credulità e dell'immaginazione. Dopo tutto, la storia della Fiat è la storia del potere della leadership e della mancanza di paura di un gruppo di leader integri impegnati a raggiungere gli obiettivi. Come dice Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini. Gli uomini seguono il coraggio». E forse dobbiamo dare ragione a un teorico politico molto frainteso — Niccolò Machiavelli — che circa 600 anni fa disse: «Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio».
In Fiat stiamo costruendo un gruppo guidato da uomini e donne di virtù. Ed è grazie al loro coraggio e alla loro virtù se oggi posso concludere citando la fine del libro ‘‘Una storia tra due città'' di Charles Dickens e parafrasando le ultime parole: «It is a far, far better thing Fiat does, than it has ever done. It is a far, far better place it is going to than it has ever gone». Tradotto: «Fiat sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia mai fatto. Sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata».
Sergio Marchionne

sabato 15 settembre 2007

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giovedì 13 settembre 2007

Fuoco dall'acqua di mare


La scoperta è importante solo perché è dimostrabile tutto e,il contrario di tutto.
É un principio che l'uomo conosce da millenni. L'acqua spegne il fuoco. Ora questa certezza non c'è più. Uno scienziato americano ha infatti scoperto come dar fuoco all'acqua di mare. E come tutte le grandi invenzioni anche quella del professor John Kanzius è avvenuta per caso. Lo scienziato ha dedicato tutta la sua vita allo studio della radioterapia per la cura dei tumori. E proprio nel tentativo di perfezionare un nuovo dispositivo per la guarigione dal cancro che lo scienziato ha provato a desalinizzare l'acqua di mare con un generatore di radio-frequenze.Dividere i sali dall'acqua per sperimentare un sistema per uccidere le cellule cancerogene da quelle sane. Ma quello che doveva essere un esperimento di routine si è trasformato nella mela di Newton. Le radio frequenze hanno infatti incendiato l'acqua producendo una fiammata. L'esperimento è stato ripetuto con il chimico Rustum Roy della Penn State University dando risultati positivi. Il segreto sta nelle onde radio capaci di rompere i legami molecolari liberando l'idrogeno che, sottoposto alle onde radio continuerà a bruciare. Secondo Roy, quella di Kanzius è «la più sensazionale scoperta degli ultimi anni nel campo delle ricerche dell'acqua». Il potenziale è enorme, se anche «il mare diventasse un combustibile, avremmo giacimenti infiniti». Roy incontrerà rappresentanti del ministero dell'Energia e della Difesa americani per avere finanziamenti per le sue ricerche.
video esperimento

Fonte ilsole24ore.com

giovedì 30 agosto 2007

Un condominio sanvitese raccontato per la Mondadori


Mi ero già occupato del libro della sorella di Attilio ma la recensione del Prof. Alberto di Giovanni è un riassunto, una breve introduzione ad uno spaccato di vita quasi quotidiana di questo comune. I luoghi, sono vere i personaggi verosimili ma, la narrazione nell'abile penna di Giulia completa il contesto.
Che dire, il piccolo paesello di provincia che la Giulia adora e la Mondadori abilmente celebra. Alberto di Giovanni nella sua recensione non riassume solo la trama, va avanti entra, cesella, rende ancora più appassionato il racconto.

Vola nelle librerie il nuovo romanzo della scrittrice frentana Giulia Alberico “ Il vento caldo del garbino”, edito da Mondatori. Il libro racconta, in tre capitoli, la vita e la tensione che brulicano durante tre giornate di minaccioso, inquietante, opprimente “garbino” all’interno di un piccolo condominio di un paese di mare della costa dei trabocchi sull’Adriatico.
Un luogo dove, presso un corso d’acqua, c’è un molo coi trabocchi da cui si vede Punta Penna, dove le “vigne e gli ulivi scendono a lambire il mare”; dove c’è uno stabilimento balneare chiamato Aldebaran, dove si trovano spiaggette impervie, ma appartate e tranquille; dove si svolge una caratteristica processione al mare per festeggiare la Madonna del Porto; dove gli arrivi improvvisi tempestosi del garbino sono detti “ rivuddure” dai pescatori.
Un romanzo concentrato nello spazio e nel tempo, abbastanza compatto, annonico nell’architettura e armonioso nella tessitura. Racconto in terza persona che fila spedito e avvincente, intervallato da saporosi dialoghi e condito da contrappunti di sottile e garbato umorismo. Una prosa tersa, asciutta e densa e una lingua essenziale, incisiva e straordinariamente chiara, che strizza l’occhio al parlato, ma senza sbavature.
Sul piccolo condominio, non diverso da tutti quelli del mondo, la scrittrice focalizza la sua attenzione nei giorni 3,4 e 5 agosto di una calda estate, mentre imperversa un marcio garbino che fa ritirare tutti nel proprio guscio. Una varia umanità, “ sfiancata dal caldo e dalle emozioni”, si avvita nei ricordi, nei rimpianti, nei sogni; rumina amarezze e sordi rancori. La scrittrice porta alla ribalta, a uno a uno gli abitanti ( tutte donne, tranne uno): una galleria di personaggi vivi e veri. Tante storie parallele, che, ad ogni pagina, presentano una novità, una nuova partenza, un chiarimento ulteriore, una sorpresa.
Un pezzo di storia dopo l’altro, un personaggio appresso all’altro. La Alberico li appaia, li spariglia, li riannoda e intanto fa venire a galla conflitti familiari, brandelli di giovinezza andata, vite chiuse nell’arco di un’avventura scolastica, dolorosi rimpianti di amori perduti, simbiotiche amicizie tra amiche che si trasformano in acre rivalità, rapporti madre figlia/o padronali ed esproprianti, carità false e recitate, strani rapporti coniugali, l’ingenuo e fiducioso ancoraggio a un “indegno amore lontano”, la solitudine inconsolabile di una vedova, la durezza di cuore di donna che si scioglie in insospettata tenerezza per un animale ferito.
Emergono sentimenti forti e vibranti, ma senza zuccherosi sentimentalismi. La scrittrice non indulge al banale voyeurismo, ma prospetta automaticamente l’Essere Umano nella sua problematica interezza esistenziale, annegata tra incertezze esistenziale, annegata tra incertezze, paure, ambiguità irrisolvibili.
Il garbino (Ostro-libano-libeccio), che sulla costa Adriatica ha attraversato le giornate di tutti noi, è quel afoso, calamitoso, deprimente, foriero di pioggia tempestosa, che rivela la meteoropatia che ci portiamo addosso; un vento di “cattiva natura”, come diceva il Benincasa già nel XVI secolo.
Per la Alberico è solo l’occasione, poco più di un pretesto, per ricordi, per evocazioni sul filo di una memoria antica, per inseguire se stessa, il presente, il passato, il senso o il non senso della vita; per indagare come gli uomini, ma soprattutto le donne, reagiscono di fronte alle sconfitte e al fallimento; per scrutare, insomma l’animo umano, quello femminile in particolare, che lei sa leggere e rappresentare come pochi.
Personaggio chiave ed unico maschio del romanzo è Alfonso Basti; una figura simpatica ed affascinante, un distinto ammiraglio in pensione, mezzo filosofo, “venuto a patti con la solitudine, da cui ha ricavato qualche dolcezza”, che osserva tutto il distacco e tiene il filo da dietro le quinte.
Il romanzo chiude con una pioggia ristoratrice, che scarica le tensioni, e con il ritorno della quiete dopo la tempesta. “ Il temporale si porta via l’estate e le scorie degli umori tristi”.
La lezione è che nulla si muta senza sofferenza e che ogni metamorfosi reca morte apparente e genera resurrezione. La scoperta che, per tutti noi, una delle cose più difficili è capire chi amiamo, chi abbiamo vicino; e che la felicità o l’infelicità di un essere “ non è focosa di cui un altro può farsi carico o garante”.

martedì 21 agosto 2007

Quando 98 miliardi di euro di tasse vengono dimenticate





Due giornalisti del Secolo XIX di Genova, Menduni e Sansa, denunciano da tempo le imposte non pagate dai Monopoli di Stato. Tenetevi forte, sono 98 MILIARDI DI EURO.
Dove sono finiti questi soldi? Ai partiti, alle Mafie, a privati cittadini? Tangentopoli in confronto sembra una barzelletta e Valentino Rossi un bambino che ha rubato le caramelle.
Visco se ci sei batti un colpo, dato che le federazioni dei Ds sono proprietarie di sale Bingo. Fini e Alemanno, così impegnati sui costi della politica, chiedete informazioni ai vostri consiglieri delle società concessionarie delle slot machine.
Di seguito la lettera di Menduni e Sansa al signor Tino, direttore dei Monopoli di Stato.

“Gentile dottor Giorgio Tino,
ci piacerebbe porgerle queste domande a voce, ma parlarLe sembra essere impossibile. Da mesi La cerchiamo inutilmente, cominciamo quasi a dubitare che Lei esista davvero. E dire che Lei avrebbe interesse a rispondere (oltre che il dovere).
Secondo il rapporto di una commissione di inchiesta parlamentare e secondo gli uomini della Guardia di Finanza infatti, tra imposte non pagate e multe non riscosse le società concessionarie delle slot machine devono allo Stato 98 miliardi di euro. Sarebbe una delle più grandi evasioni della storia d’Italia.
Secondo la commissione e gli investigatori, questo tesoro sarebbe stato regalato alle società che gestiscono il gioco d’azzardo legalizzato. Di più: nei consigli di amministrazione di alcune di queste società siedono uomini appartenenti a famiglie legate alla Mafia. Insomma, lo Stato italiano invece di combattere Cosa Nostra le avrebbe regalato decine di miliardi di euro.
Con quel denaro si potrebbero costruire metropolitane in tutte le principali città d’Italia. Si potrebbero comprare 1.000 Canadair per spegnere gli incendi. Potremmo ammodernare cinquecento ospedali oppure organizzare quattro olimpiadi. Si potrebbero realizzare impianti fotovoltaici capaci di fornire energia elettrica a milioni di persone oppure si potrebbe costruire la migliore rete di ferroviaria del mondo.
Da mesi noi abbiamo riportato sul nostro giornale, Il Secolo XIX, i risultati dell’indagine. Decine di pagine di cronaca che non sono mai state smentite. Secondo la commissione d’inchiesta, i Monopoli di Stato hanno gravi responsabilità nella vicenda. Non solo: la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie di pagare decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno ingiusto patito dallo Stato. E nei Suoi confronti, signor Tino, i magistrati hanno aperto un procedimento per chiedere il pagamento di 1,2 miliardi di euro di danni.
Ma Lei che cosa fa? Tace e rimane al suo posto, come tutti i responsabili dei Monopoli, dalla dottoressa Barbarito alla dottoressa Alemanno (sorella dell’ex ministro di Alleanza Nazionale).
E, cosa ancora più incredibile, tace il vice-ministro dell’Economia, Vincenzo Visco (che da mesi ha ricevuto il rapporto della commissione di inchiesta), da cui Lei dipende.
Può spiegarci per filo e per segno che fine hanno fatto quei 98 miliardi di euro che secondo la Finanza sono stati sottratti alle casse dello Stato?
Finora Lei non ci ha mai voluto rispondere. Forse conta sul sostegno del mondo politico. Del resto la Sua poltrona è una delle più ambite d’Italia. Pochi lo sanno, ma i Monopoli gestiscono il commercio del tabacco e del gioco d’azzardo legalizzato. Insomma, un tesoro, su cui i partiti si sono lanciati da anni: An ha suoi rappresentanti proprio nei consigli di amministrazione delle società concessionarie delle slot machine, mentre le federazioni dei Ds sono proprietarie di molte sale Bingo.
Così Lei può permettersi di tacere. Ma chissà che cosa farebbe se a ripeterLe queste domande fossero decine di migliaia di visitatori di questo blog (l’indirizzo dell’ufficio stampa è: ufficiostampa@aams.it)?” Marco Menduni e Ferruccio Sansa
fonte beppegrillo.it

martedì 14 agosto 2007

Il gabbiano è morto?


Passeggiavo sul molo quando, un amico passando mi sussurrò "il gabbiano è morto!", non ho pensato al volatile che affolla i nostri lidi ma, alla lista civica che nelle ultime elezioni ha subito la sconfitta passando all'opposizione.
Già questa lista civica rinata dalle ceneri della Ginestra, il vero motivo di rinnovamento politico e culturale, distrutta in spezzatino al veleno.
Diciamo che la "parte migliore" della Ginestra ha saputo riorganizzarsi in una formazione più giovane e snella.
Dopo due legislature complete (nella media) la lista civica comincia a dare segni sfaldamento. La festa del Gabbiano a San Vito è stato sempre l'adunata per vecchi e nuovi iscritti. Con lo spostamento in altra sede si faranno forse tanti soldi in più, ma si slegheranno dal movimento popolar culturale di cui giustamente vanno fieri.
Morale: non so se è veramente morta ma, la politica di destra e sinistra nell'ultimo decennio è molto cambiata e, forse chi deve dare ha già dato e il fiato è finito.
Nell'ultimo respiro, da cenere bianca, un futuro migliore per i Sanvitesi?

giovedì 9 agosto 2007

Feste di Piazza 2007.Ciera 1 volta


Tutti sapevano che la festa del Gabbiano era una scandalo che doveva finire, prima o poi. Questa manifestazione aveva la vita molto breve.
C'era una volta, è l'inizio di una favola, se le persone si svegliano dal lungo sonno, una ipnosi politico-culturale, chi farà meglio per SanVito? Ripercorriamo le tappe della festa cult della intellighenzia popolare.
Fino a una decina di anni fa, in piazza o sul lungomare sanvitese si sono svolte feste popolari con l'interesse del grande pubblico. Mi riferisco alla festa per il pesce fritto, con la padella gigante, mi riferisco alla festa per lo zuccotto gigante da guinness, a feste della porchetta o delle cozze o altre feste di piazza il cui unico scopo era quello di mangiare al mare in compagnia.
Ma, negli ultimi anni, era impossibile organizzare feste, l'amministrazione con una scusa o l'altra ha reso difficile l'organizzazione di una festa del genere. Si parlava di documentazione per la Asl, in modo sproporzionato o faraonico. Problemi che scomparivano quando si organizzava la festa Cult. Poi, non parliamo di date, non esiste veramente.
Comunque, nei giorni precedenti ferragosto, la marina era impegnata.
Tutto cominciò quando a qualcuno, venne l'idea di portare un piatto di cozze ripiene in piazza. Seguì, poi le seppie ripiene e altre cose cucine tipiche del posto. Ma l'iniziativa era lodevole. Inizialmente, far conoscere la tipicità del posto non poteva avere vetrina migliore.
Ma poi, che è successo?
Da una bella festa di due , tre giorni si è arrivati alla occupazione completa della piazza per due settimane. Un piccolo posto di mare, chiuso al passaggio e sosta di auto è un paradiso che ogni passante occasionale si gode. Non parliamo poi di locali commerciali che inondano la via con tavolini e seggiolini per un bicchiere di birra o un sorso di salsedine.
Negli ultimi tempi, nell'invasione selvaggia di lamiere ricurve, l'arroganza di chi sa di essere un impunito (coperta dall'amministrazione sponsor) ha sfiorato diversi battibecchi e, non solo verbali. Una situazione che il potere ha tollerato, ha coperto e voleva rendere perpetuo.
Ma, non è così che si fanno le cose. Adesso, battendo in ritirata, vogliono scaricare agli altri le cause del loro allontanamento.
Ho molti amici che rispetto, ma la discussione non finirà certo qui.
La mia opinione è che ognuno deve costruire la propria credibilità, la propria dignità giorno per giorno non sfruttando le scie chimiche (e/o velenose dei nostri cieli) lasciate da patriarchi lontani dalla realtà odierna.
Nostalgia della festa del gabbiano?
Certo che no, se deve esserci una festa di piazza deve durare due giorni, tre al massimo.
Spero che il gabbiano, tragga le sue conclusioni, e la smetta di trattare queste considerazioni con la solita baldanza. La denuncia come pubblicità occulta, un mito da bassa manovalanza.
Il dialogo (o confronto), a volte aiuta più ogni altro espediente, pur giusto.
Alla nuova amministrazione, per ora non dico niente, sono talmente inesperti da sospendere ogni giudizio , ma, sento che sono sotto stretta sorveglianza.
Ai sanvitesi, che quest'anno hanno riscoperto il teatro, dico di pazientare perchè il tempo delle feste in piazza con cozze e seppie ripiene non è finito. Ma, due melanzane ripiene no? Eh?