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venerdì 29 settembre 2006

Fare debiti con i soldi degli altri: TELECOM


Per coloro i quali non hanno ancora ben chiaro il meccanismo della creazione dal nulla di denaro da parte delle banche commerciali (una delle derivazioni del signoraggio)pubblichiamo una e-mail del nostro amico Marco Saba sull’affare Telecom:Dunque senti questa: Marco Tronchetti si fa prestare 42 miliardi di euro dalle banche (debitoTelecom) per comprarsi la Telecom. Si chiama privatizzazione, ma è un riciclaggio di signoraggio.
Le banche creano 42 miliardi dal nulla (pescando nel potere d'acquisto di tutti noi) e indebitanoTelecom per cui poi con le bollette del monopolio della borchia (90% di tutte le linee fisse), ildebito viene ripagato da questo 90% di utenti (sempre noi).I 42 miliardi Telecom sono invisibili al PIL, poiché si tratta di operazioni finanziarie, per l'appuntonon contate nel PIL (quindi le speculazioni bancarie non contribuiscono alla crescita del PIL tantorichiesta dalla BCE... ecco perché se ne parla spesso come del denaro invisibile, del denaro buconero:
ricordate la società BUCONERO dell'affare Parmalat?)
Quindi, *Tronchetti + banche* rubano rendite monetarie al popolo sovrano, e se le rifanno purepagare sotto forma di bollette Telecom!
Ora la società è decotta perché è decotta la catena di Sant'Antonio della proprietà basata sull'ariafritta (Olimpia ed altre olimpiaggini).
Conoscendo i nostri ladri, cosa s'inventeranno ancora? Messa in liquidazione di Telecom, consuccessivo acquisto all'incanto, a prezzi da Zimbabwe, da parte della solita cordata degli amicidegli amici. Finanziati, ovviamente, dalle banche. In secula seculorum.E tu continuerai a pagare la bolletta telefonica maggiorata alle banche, ripianando un debito fasullo.Evviva l'Italia!
Triste vero? ma purtroppo è la sacrosanta verità. Quindi queste privatizzazioni, lette con l’ottica del signoraggio, rivelano tutto lo squallore della situazione attuale: le banche“prestano” il denaro all’acquisitore (amico dell’amico) il quale non si indebita lui personalmente, ma fa ricadere il tutto sulla società da acquisire che essendo di fatto in monopolio, ripaga tranquillamente il debito con le bollette nel caso Telecom oppure deipedaggi autostradali nel caso di autostrade e nel frattempo già che ci siamo, risolve anchequalche debituccio personale. Quindi i cittadini sono stati “truffati” ben quattro volte:
uno perché società e banche statali costruite con i soldi pubblici (leggi dei cittadini)sono state svendute a prezzi da saldi di fine stagione, come il Banco di Napoli(s)venduto dallo stato a 32 ml di euro e rivenduto dopo pochi anni a ben 1000 ml dieuro!
due perchè le banche finanziano le acquisizioni con il denaro virtuale ovvero creato da un click del computer (che i vostri computer non sono buoni e che questi giochi di prestigio sono appannaggio solo delle banche!)
Tre perché questi soldi apparsi miracolosamente dal nulla aumentano l’inflazione reale e fanno aumentare i prezzi (leggi diminuiscono il potere di acquisto);
Quattro perché il debito ce lo fanno ripagare a noi (non ricordiamo più se per la seconda o terza volta) con le bollette ed i pedaggi che non diminuiscono mai, e comepotrebbero se servono per mandare avanti la baracca, tra cui gli stipendi d’oro e lestock option dei super manager e per ripagare il debito?
Poi le banche finanziatrici si ritirano, incassano soldi veri e via pronti per la prossima acquisizione (leggi via Trochetti & c. e dentro un altro amico dell’amico dell’amico…).
tratto da centrofondi.it

giovedì 28 settembre 2006

I conti dell'operazione Libano


Pomero si avventura sul conto della missione in Libano snocciolando dati che sono da verificare. Non si può fare dell'erba tutto un fascio ma i dati sono questi.
La portaerei Garibaldi costa 3 milioni di euro al mese, un maresciallo costa 12mila euro... Fatti i conti, con la missione libanese le spese per la difesa diventano uguali all'ultima finanziaria.

«Sono passate due settimane da quando, sul ponte di volo di Nave Garibaldi, ho rivolto il saluto al contingente che aveva iniziato a muoversi alla volta delle coste libanesi»: così ha ricordato il ministro della difesa Parisi nella visita in Libano il 12 settembre. Non ha però detto agli italiani che in queste due settimane, solo per tenere in navigazione la portaerei Garibaldi, si è speso oltre un milione e mezzo di euro. Il suo costo mensile di esercizio ammonta a 3.080.650 euro, equivalenti a 5,8 miliardi delle vecchie lire. Questo e altri dati sulla spesa per la missione sono contenuti nel disegno di legge, presentato dal governo e approvato dalle commissioni esteri e difesa della Camera.
Solo come «costo esercizio mezzi» si prevede in settembre-ottobre, oltre a quella per la Garibaldi, una spesa mensile di 1,2 milioni per i mezzi blindati e 1,8 per gli aerei che, insieme ad altre voci, portano il totale mensile a 12,6 milioni di euro. Aggiungendo le spese per alloggiamento, viveri e servizi, il «totale spese funzionamento» supera i 14 milioni di euro mensili. Vi sono poi gli «oneri una tantum», soprattutto per l'«approntamento in patria della marina militare», che ammontano a 15,5 milioni.
Molto maggiori sono le spese per il personale. La «Early entry force» conta 295 ufficiali, 1.250 sottufficiali e 951 volontari. Essa è quindi composta per circa il 62% da ufficiali e sottufficiali, ossia dal personale meglio pagato. Ad esempio un maresciallo capo, la cui retribuzione mensile ammonta a circa 2.900 euro, costa quale «trattamento economico aggiuntivo» per la missione in Libano 9.450 euro al mese. Questo sottufficiale costa quindi allo Stato oltre 12mila euro al mese. Complessivamente, solo per il «trattamento di missione» dei 2.496 militari in Libano, si prevede una spesa mensile di 22,3 milioni.
Il costo mensile della missione, nel periodo settembre-ottobre, sfiora quindi i 52 milioni di euro. Salirà ancora quando, a novembre, subentrerà la «Follow on force», composta da 2.680 militari: 335 ufficiali, 1.290 sottufficiali e 1.055 volontari. Solo per il loro «trattamento di missione» si spenderanno circa 24 milioni di euro al mese che, con gli oltre 14 del «costo esercizio mezzi», porteranno il totale a oltre 38 milioni mensili. Si aggiungeranno 18,4 milioni per gli oneri, inspiegabilmente definiti anche in questo caso «una tantum». Il costo della missione salirà così in novembre di 4,6 milioni, arrivando a 56,6 milioni mensili. Per dicembre invece, abolita l'«una tantum», dovrebbe scendere a circa 35 milioni mensili. Questo nelle previsioni. Ma se la situazione dovesse complicarsi, il costo sarebbe sicuramente maggiore.
La missione in Libano e le altre (soprattutto in Afghanistan) comportano, oltre alla spesa immediata, un costo indotto. L'Italia impegna all'estero nell'arco di un anno oltre 30mila militari su base rotazionale, più 3mila pronti a intervenire. Ma per mantenere e potenziare tale capacità occorre assumersi ulteriori oneri anche in termini di bilancio: come ha sottolineato Parisi, vi è una «carenza di risorse» che può incidere sulle capacità operative delle forze armate, il cui personale assorbe oltre il 70% del bilancio della difesa. Ciò può portare a «inaccettabili situazioni debitorie nei programmi internazionali», come quello del caccia statunitense Jsf cui partecipa l'Italia. Occorre quindi «un flusso di risorse costante e coerente con gli obiettivi», che farà crescere la spesa militare italiana, già al 7° posto mondiale con oltre 27 miliardi di dollari annui in valore corrente e 30 a parità di potere d'acquisto.
Sommando la spesa militare al costo delle missioni si raggiunge una cifra annua equivalente a quella della finanziaria 2006. E poiché i soldi (denaro pubblico) da qualche parte devono venir fuori, occorre «tagliare» in altri settori. Come hanno documentato Cgil Cisl e Uil, la finanziaria 2006 prevede tagli alle spese sociali di 12,7 miliardi, che colpiscono soprattutto sanità ed enti locali. Si mettono così a rischio i servizi erogati ai cittadini nonché posti di lavoro. Sono previsti inoltre tagli per 27 miliardi per la costruzione e l'ammodernamento delle reti metropolitane, tranvie e passanti ferroviari. Nella finanziaria si propone inoltre, per il 2006, un drastico taglio dei fondi destinati agli aiuti per i paesi in via di sviluppo, 152 milioni di euro in meno rispetto ai 552 stanziati nel 2005. Siamo così intorno allo 0,1% del pil rispetto a un obiettivo dell'1%. E mentre nella finanziaria 2006 si destina un miliardo di euro per la «proroga» delle missioni militari all'estero, si stanziano nientemeno che 30 milioni annui per la cancellazione del debito dei paesi poveri altamente indebitati. Quanto si spende in due settimane e mezzo per la missione militare in Libano.

mercoledì 27 settembre 2006

Hemingway: ho ucciso con gioia!


Tutto sommato, a Günter Grass è andata bene. Potremmo definirlo il mancato incontro fatale tra due futuri premi Nobel. Se nell'aprile 1945, quando venne fatto prigioniero dagli americani, l'allora giovanissimo Waffen-SS si fosse imbattuto in Ernest Hemingway, probabilmente avrebbe fatto la misera fine di tanti suoi commilitoni. Tanti quanti? Centoventidue, almeno secondo i calcoli (veri o immaginari) dello scrittore americano. Tutti prigionieri di guerra tedeschi, disarmati. Crauti, come li definiva con disprezzo, che l'autore di Addio alle armi uccise, a suo dire provandoci gusto, durante l'anno nel quale accompagnò le truppe alleate come reporter di guerra.

Un'altra delle tante spacconerie di Hemingway? L'ennesima esagerazione di un uomo «larger than life», più grande della vita, appassionato di caccia grossa come di corride, patito delle armi e del pugilato, consumatore smodato di donne, alcol e sigari? Può darsi. E Rainer Schmitz non lo esclude neppure. Ma poiché carta canta, il giornalista tedesco ha voluto attirare l'attenzione su passaggi fin qui trascurati di alcune lettere dello scrittore, due di esse peraltro inedite in Germania. Appena uscito per i tipi di Eichborn, il suo libro Cosa è successo al teschio di Schiller? Tutto quello che non sapete sulla letteratura
è una raccolta ragionata e molto ben documentata di episodi, aneddoti e curiosità poco noti o del tutto sconosciuti su autori celebri.

Hemingway si unì (embedded, come si direbbe oggi) al 22esimo reggimento della IV Divisione di fanteria americana col grado di ufficiale. In realtà, non doveva soltanto raccontare le gesta degli alleati; in quel periodo infatti lavorava già anche per l'Oss, il servizio d'intelligence antesignano della Cia. Grazie alla sua perfetta conoscenza del francese, lo scrittore fu il governatore di fatto di Rambouillet, alle porte di Parigi, dove tranquillizzò la popolazione, gestì il villaggio e soprattutto interrogò centinaia di prigionieri tedeschi. «Qui è molto piacevole e divertente — scrisse nell'autunno del 1944 a Mary Welsh, che sarebbe diventata la sua quarta e ultima moglie —, molti morti, bottino tedesco, tante sparatorie e ogni tipo di battaglia».

La lettera incriminata, quella che secondo Schmitz non ha mai avuto l'attenzione che avrebbe meritato, è quella che Hemingway scrisse il 27 agosto 1949, quattro anni dopo la fine della guerra, al suo editore, Charles Scribner: «Una volta ho ucciso un crauto-SS particolarmente sfrontato. Al mio avvertimento, che l'avrei abbattuto se non rinunciava ai suoi propositi di fuga, il tipo aveva risposto: "Tu non mi ucciderai. Perché hai paura di farlo e appartieni a una razza di bastardi degenerati. Inoltre sarebbe in violazione della Convenzione di Ginevra". Ti sbagli, fratello, gli dissi. E sparai tre volte, mirando allo stomaco. Quando quello cadde piegando le ginocchia, gli sparai alla testa. Il cervello schizzò fuori dalla bocca o dal naso, credo».

Meno di un anno dopo, il 2 giugno 1950, l'autore di Per chi suona la campana torna a evocare la sua esperienza di guerra in una lettera ad Arthur Mizener, docente di letteratura alla Cornell University. È la corrispondenza dove tira il macabro bilancio della sua passione omicida: «Ho fatto i calcoli con molta cura e posso dire con precisione di averne uccisi 122». Uno di questi tedeschi, prosegue Hemingway, «era un giovane soldato che stava tentando di fuggire in bicicletta e che aveva all'incirca l'età di mio figlio Patrick». Questi era nato nel 1928, quindi la vittima doveva avere 16 o 17 anni. A Mizener, lo scrittore spiega di avergli «sparato alle spalle, con un M1». La pallottola, calibro 30, lo aveva colpito al fegato.

Questa lettera non era mai stata pubblicata prima d'ora in Germania. Nessun testimone si è mai appalesato, per confermare queste ammissioni di Hemingway. Inoltre, come ammette Schmitz, «nelle sue lettere il premio Nobel è sempre stato incline all'esagerazione, a nutrire il mito del suo machismo». Ma anche i suoi ammiratori concedono che durante la Seconda guerra mondiale egli abbia probabilmente violato la Convenzione di Ginevra. E soprattutto, si chiede l'autore, «perché quest'ammissione senza alcuna necessità?». Di certo, fa notare Schmitz, nessuno finora ha indagato seriamente negli archivi di guerra, per far luce su questo aspetto non marginale della vita di uno dei grandi della letteratura mondiale di ogni tempo.

Indizi sul fascino che l'atto di uccidere esercitasse su Hemingway se ne possono naturalmente trovare a iosa. «Mi piace sparare con un fucile, mi piace uccidere e l'Africa è il posto dove farlo», scrive nella primavera 1933 a Janet Flanner. Parlava sicuramente di animali, quelli abbattuti durante il safari di due mesi nello stesso anno, che poi avrebbe immortalato in Verdi colline d'Africa.
Ma più di ogni altro, si può ricordare l'attacco di un articolo a firma Ernest Hemingway apparso su Esquire nell'aprile 1936: «Certamente nessuna caccia è paragonabile alla caccia all'uomo e chi abbia cacciato uomini armati abbastanza a lungo e con piacere, dopo non si è mai interessato di null'altro».
Paolo Valentino

martedì 26 settembre 2006

Forni a microonde: quale pericolo?


Negli stessi anni '70 iniziarono a comparire anche in Europa e Stati Uniti le prime ricerche che mettevano in dubbio la sicurezza dei cibi cotti a microonde. Studi istologici su broccoli e carote cotti con microonde rilevarono che la struttura molecolare dei nutrienti veniva deformata a tal punto da distruggere le pareti cellulari. Da allora fino al nostri giorni gli studi condotti sono stati diversi (vedi box) e gli aspetti più controversi che sono stati evidenziati riguardano:
- l'emissione di microonde dagli apparecchi;
- i rischi igienici dovuti ad una cottura non omogenea;
- la migrazione di sostanze tossiche contenute negli involucri all'interno dei cibi;
- un'alterazione anormale delle sostanze nutritive degli alimenti; - un'alterazione cancerosa del sangue in seguito al consumo di questi alimenti.
Nonostante il fatto che nei vari paesi siano stati stabiliti dei valori limite di esposizione alle microonde, nulla è stato fatto invece per ammonire l'utilizzatore sui possibili rischi evidenziati da questi studi. Questi valori limite infatti si riferiscono esclusivamente alle emissioni di microonde verso l'esterno del forno e non alla quantità di radiazioni cui sono sottoposti i cibi all'interno dei forni.
Gli effetti sul sangue
Lo studio più significativo sui rischi legati all'assunzione di cibi cotti a microonde rimane quello del professor Bernard Blanc dell'Università di Losanna e del dottor Hans U. Hertel, uno scienziato indipendente con una lunga esperienza nell'industria alimentare e farmaceutica. Nel 1989 Blanc e Hertel proposero alla Swiss Natural Fund, insieme all'Università di Losanna, una ricerca riguardante gli effetti sull’uomo del cibo cotto con microonde, ma fu rifiutata. La ricerca fu per questo ridimensionata e condotta con fondi privati.
Furono testati otto volontari, che per alcuni mesi seguirono una dieta macrobiotica e ai quali ogni 15 giorni vennero somministrati a stomaco vuoto, alimenti crudi, cotti con metodi convenzionali, scongelati o cotti in un forno a microonde.
Immediatamente prima dei pasti e poi 15 e 120 minuti dopo, avveniva prelevi di sangue.
E’ importante sottolineare che i volontari non erano a conoscenza del metodo di cottura del loro cibo e quindi è da escludere un condizionamento psicosomatico.
Come si può osservare nel grafici, le analisi rilevarono differenze significative tra gli effetti sul sangue del cibo cotto a microonde e quelli del cibo cotto con metodi convenzionale
In particolare venne riscontrata una riduzione significativa dell’emoglobina e una e un aumento dell’ematocrito, dei leucociti e del colesterolo. Inoltre, furono evidenziati alterazioni della membrana cellulare.
«I cibi cotti con microonde – si legge nello studio – paragonati a quelli non irradiati, causano cambiamenti nel sangue delle persone testate, tali da indicare l'inizio di un processo patologico, proprio come nel caso di un iniziale processo canceroso». Ricorrendo alla bioluminescenza è stato inoltre registrato il «passaggio per induzione dall’energia delle microonde dai cibi trattati al corpo umano»
Raramente una ricerca ha scatenato una simile bufera: il professor Blanc si dissociò quasi subito dalle conclusioni dello studio, temendo per la sicurezza della propria famiglia oltre che del suo posto di lavoro. Poco dopo la FEA , associazione dei rivenditori di elettrodomestici a Zurigo, denunciò il dottor Hertel, e il 19 marzo 1993 la Corte Cantonale di Berna gli vietò di divulgare le sue conclusioni, pena una sanzione di 5000 franchi svizzeri; verdetto successivamente ribadito dalla Corte federale a Losanna. Nel 1998, la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo riconobbe in questo verdetto una grave violazione della libertà di espressione e condannò la Svizzera a un risarcimento di 40.000 franchi (un riconoscimento irrisorio rispetto alle spese processuali e ai danni economici e professionali subiti da Hertel)
Da quel momento la Corte federale stabilì che Hertel poteva sì divulgare le proprie conclusioni, ma la condizione di dichiararle non scientificamente provate.
Siamo liberi di scegliere
Da allora, un’inspiegabile cortina di silenzio è calata sulla questione dei forni a microonde. Come sempre, quando ci sono grandi interessi in ballo, la verità diventa difficilissima da trovare, sommersa com'è da fortissime pressioni che esercitano la loro influenza non solo sui mass media, ma soprattutto sul mondo scientifico e le istituzioni ad esso legate. Gli scienziati che hanno l'onestà intellettuale e il coraggio di scagliarsi contro questa logica si contano sulla punta delle dita e nella maggior parte dei casi vengono minacciati, denunciati, diffamati e perseguitati in ogni modo possibile, come dimostra la storia di Hertel. Ma finché queste persone avranno modo di parlare, noi avremo modo di ascoltare.
E di scegliere.
Negli stessi anni '70 iniziarono a comparire anche in Europa e Stati Uniti le prime ricerche che mettevano in dubbio la sicurezza dei cibi cotti a microonde. Studi istologici su broccoli e carote cotti con microonde rilevarono che la struttura molecolare dei nutrienti veniva deformata a tal punto da distruggere le pareti cellulari. Da allora fino al nostri giorni gli studi condotti sono stati diversi (vedi box) e gli aspetti più controversi che sono stati evidenziati riguardano:
- l'emissione di microonde dagli apparecchi;
- i rischi igienici dovuti ad una cottura non omogenea;
- la migrazione di sostanze tossiche contenute negli involucri all'interno dei cibi;
- un'alterazione anormale delle sostanze nutritive degli alimenti; - un'alterazione cancerosa del sangue in seguito al consumo di questi alimenti.
Nonostante il fatto che nei vari paesi siano stati stabiliti dei valori limite di esposizione alle microonde, nulla è stato fatto invece per ammonire l'utilizzatore sui possibili rischi evidenziati da questi studi. Questi valori limite infatti si riferiscono esclusivamente alle emissioni di microonde verso l'esterno del forno e non alla quantità di radiazioni cui sono sottoposti i cibi all'interno dei forni.
Gli effetti sul sangue
Lo studio più significativo sui rischi legati all'assunzione di cibi cotti a microonde rimane quello del professor Bernard Blanc dell'Università di Losanna e del dottor Hans U. Hertel, uno scienziato indipendente con una lunga esperienza nell'industria alimentare e farmaceutica. Nel 1989 Blanc e Hertel proposero alla Swiss Natural Fund, insieme all'Università di Losanna, una ricerca riguardante gli effetti sull’uomo del cibo cotto con microonde, ma fu rifiutata. La ricerca fu per questo ridimensionata e condotta con fondi privati.
Furono testati otto volontari, che per alcuni mesi seguirono una dieta macrobiotica e ai quali ogni 15 giorni vennero somministrati a stomaco vuoto, alimenti crudi, cotti con metodi convenzionali, scongelati o cotti in un forno a microonde.
Immediatamente prima dei pasti e poi 15 e 120 minuti dopo, avveniva prelevi di sangue.
E’ importante sottolineare che i volontari non erano a conoscenza del metodo di cottura del loro cibo e quindi è da escludere un condizionamento psicosomatico.
Come si può osservare nel grafici, le analisi rilevarono differenze significative tra gli effetti sul sangue del cibo cotto a microonde e quelli del cibo cotto con metodi convenzionale
In particolare venne riscontrata una riduzione significativa dell’emoglobina e una e un aumento dell’ematocrito, dei leucociti e del colesterolo. Inoltre, furono evidenziati alterazioni della membrana cellulare.
«I cibi cotti con microonde – si legge nello studio – paragonati a quelli non irradiati, causano cambiamenti nel sangue delle persone testate, tali da indicare l'inizio di un processo patologico, proprio come nel caso di un iniziale processo canceroso». Ricorrendo alla bioluminescenza è stato inoltre registrato il «passaggio per induzione dall’energia delle microonde dai cibi trattati al corpo umano»
Raramente una ricerca ha scatenato una simile bufera: il professor Blanc si dissociò quasi subito dalle conclusioni dello studio, temendo per la sicurezza della propria famiglia oltre che del suo posto di lavoro. Poco dopo la FEA , associazione dei rivenditori di elettrodomestici a Zurigo, denunciò il dottor Hertel, e il 19 marzo 1993 la Corte Cantonale di Berna gli vietò di divulgare le sue conclusioni, pena una sanzione di 5000 franchi svizzeri; verdetto successivamente ribadito dalla Corte federale a Losanna. Nel 1998, la Corte europea per i diritti umani di Strasburgo riconobbe in questo verdetto una grave violazione della libertà di espressione e condannò la Svizzera a un risarcimento di 40.000 franchi (un riconoscimento irrisorio rispetto alle spese processuali e ai danni economici e professionali subiti da Hertel).
Da quel momento la Corte federale stabilì che Hertel poteva sì divulgare le proprie conclusioni, ma la condizione di dichiararle non scientificamente provate.
Da allora, un’inspiegabile cortina di silenzio è calata sulla questione dei forni a microonde. Come sempre, quando ci sono grandi interessi in ballo, la verità diventa difficilissima da trovare, sommersa com'è da fortissime pressioni che esercitano la loro influenza non solo sui mass media, ma soprattutto sul mondo scientifico e le istituzioni ad esso legate. Gli scienziati che hanno l'onestà intellettuale e il coraggio di scagliarsi contro questa logica si contano sulla punta delle dita e nella maggior parte dei casi vengono minacciati, denunciati, diffamati e perseguitati in ogni modo possibile, come dimostra la storia di Hertel. Ma finché queste persone avranno modo di parlare, noi avremo modo di ascoltare.
E di scegliere.
Cosa dice la ricerca
1973. P. Czerski e W. M. Leach (Usa) dimostrano che le microonde causano tumori negli animati.
1975. Studi su broccoli e carote cotti a microonde rilevano la deformazione detta struttura molecolare dei nutrienti
1987. Uno studio tedesco dimostra danni irreversibili all'occhio nel caso di una esposizione prolungata
Fìne anni '80. Uno studio della American National Council for radiation protection evidenzia che i figli di donne che usano forni a microonde hanno una maggiore probabilità di malformazioni.
1989. Secondo uno studio condotto a Vienna, cuocere a microonde causa cambiamenti significativi delle proteine del cibo, e in particolare nel latte per neonati
1990. All'Università di Leeds, si evidenzia che la cottura nei forni a microonde non è igienicamente sicura (5)
1992
- La ricerca di Blanc e Hertel, condotta con all’Università di Losanna, mostra un cambiamento significativo nel sangue delle persone che consumano cibo cotto con microonde - Uno studio condotto dal pediatra John A. Kerner dell'Università di Stanford in California, evidenzia che il riscaldamento del latte materno a microonde a più di 72 °C causa una sensibile diminuzione di tutti i fattori antiinfettivi testati
1993. David Bridgman, chinesiologo con molti anni di esperienza, dichiara che «il 99,9% dei miei pazienti con varie forme di allergie si mostra motto sensibile ai cibi cotti a microonde».
1994
- Una ricerca americana dimostra che l'uso di riscaldare avanzi di cibo nel forno a microonde è potenzialmente pericoloso in quanto la cottura non omogenea non garantisce protezione dall’insorgere di salmonella
- Ricerche diverse mostrano che nel latte per neonati riscaldato a microonde si possono modificare degli aminoacidi, causando in tal modo tossicità o un’alterazione del valore nutrizionale
1996. Una ricerca evidenzia la migrazione di particelle di pvc dagli involucri, utilizzati per coprire il cibo durante la cottura con il microonde, al cibo stesso.
2000. La University of California evidenziando la migrazione dagli involucri per microonde della sostanza cancerogena dietilexiladepate in una quantità compresa tra i 200 e 500 ppm (il limite della FDA è di 0.05 ppm). Tra le sostanze migrate vengono individuate anche xenoestrogeni, sostanze legate a diminuzione di spermatozoi negli uomini e tumore al seno nelle donne.

Nicholas Bawtree

lunedì 25 settembre 2006

Quando la verità è celata dai vigliacchi



Fucili, 1.265.660; mitragliatrici, 38.383; pezzi d'artiglieria di vario calibro, 9.988; carri armati, 970; automezzi, 15.500; Aerei (compresi quelli in riparazione), 4.553; Torpediniere e Cacciatorpediniere, 10; Naviglio minore, 51 unità; Vestiario per numero di capi, 500.000; Cavalli e Muli, 67.600; carburante per veicoli a motore, metri cubi 123.114.

Si tratta di un inventario parziale e riguardante le voci principali. Si devono aggiungere tutte le armi, i mezzi, le munizioni gli equipaggiamenti "recuperati" dalle 51 Divisioni "sicuramente" disarmate e dalle 29 "probabilmente disarmate", come recita il "Rapporto del Capo di Stato Maggiore della Wehrmacht" generale Alfred Jodl.Il Comando Superiore del Sud (d'Italia) germanico segnalò tra i materiali di preda bellica 40.000 tonnellate di munizioni, 13.400 tonnellate di esplosivi, 24.500 tonnellate di materiali del genio, 50.000 tonnellate di apparati vari, 2.500 metri cubi di lubrificanti per motori, 12.119 tonnellate di prodotti chimici, 1.600 tonnellate di metalli non ferrosi oltre a svariate migliaia di tonnellate di materiali sanitari, vestiari, viveri, pellami. E questi dati non rientravano in quelli relativi ai materiali in seguito rinvenuti nei magazzini e in vari depositi delle forze armate italiane, sempre nell'area di competenza del Comando Superiore del Sud. Per avere una idea della massa enorme di materiali che vennero inviati al nord sino al 10 novembre 1943 dal Comando germanico sopra indicato, si consideri che vennero utilizzati 12.034 carri ferroviari e che altri trasporti vennero avviati su strada. Cifra che alla fine di novembre, segnalano i documenti ufficiali tedeschi, venne quasi triplicata.
Il comando Gruppo di Armate germaniche in Italia, segnalò inoltre il reperimento dei seguenti materiali bellici, da aggiungersi a quelli sopra indicati: 55.409 colpi per i vari pezzi di artiglieria, 64.897 bombe per mortai, 3.659.275 colpi per armi portatili e mitragliatrici, 17.735 bombe a mano, 5 tonnellate di mine. Da parte sua la 1^ Divisione da montagna tedesca comunicò di aver catturato, prima dell'attacco a Corfù, 154 pezzi di artiglieria, 750 mitragliatrici,98 mortai, 770 automezzi, 98.900 proietti per artiglierie. 170.000 le tonnellate di stazza lorda delle navi mercantili
prese agli italiani in Egeo.
Non sarà inutile dettagliare che nel totale dei materiali bellici di cui i tedeschi si impadronirono dopo il dissolvimento del regio esercito, vi furono 1.173 cannoni controcarro, 1.581 pezzi contraerei, ben 8.736 mortai, 333.069.000 sigari e sigarette, 672.000 giubbe a vento, 783.000 farsetti a maglia, 592.100 paia dì pantaloni, 2.064.100 camicie, 3.388.200 paia di scarpe, 5.251.500 paia di calze. E, ancora, 14.000 treni di pneumatici, 140.000 rotoli di filo spinato, etc. Il tutto in depositi e magazzini. Nel totale delle mitragliatrici italiane di preda bellica, i tedeschi ne rinvennero più di diecimila nuove, ben disposte nei depositi.La "questione" dei mezzi, dei materiali delle munizioni, degli equipaggiamenti e via dicendo, ha rappresentato nella "letteratura" del dopoguerra il cavallo di battaglia di quanti vennero incaricati di costruire i falsi diffusi a piene mani in un'orgia di disinformazione, distorsione, mistificazione a tutt'oggi in servizio permanente attivo. Le cifre di cui sopra (non elencate nella loro totalità per mancanza di spazio) sono tratte da documenti ufficiali tedeschi rinvenuti dagli alleati dopo l'invasione del territorio germanico e la fine della guerra. Per avere una immagine ancor più eloquente di quello che "non fu fatto" si consideri quanto segue: le industrie italiane ricevettero commesse dall'Alto Comando germanico. Ebbene, dal settembre 1943 alla fine di giugno del 1944 (in otto mesi) tali industrie consegnarono ai germanici 12.000 autocarri, 375 carri armati, 2.200 motori per aerei, 130 velivoli da trasporto, 402 velivoli da caccia, 41 navi da guerra per complessive 20.000 tonnellate di dislocamento, 12 mercantili per 9.000 tonnellate di stazza lorda. Dai documenti tedeschi si apprende che tra le commesse affidate alle industrie italiane, furono di particolare importanza tecnologica quelle assegnate alle industrie elettroniche.
Per concludere questa amara e al tempo stesso umiliante rassegna di dati, si tenga presente che i tedeschi dopo l'8 Settembre 1943 disarmarono 1.007.000 soldati italiani. Quelli internati furono circa 725.000. Cifre certamente non esatte all'unità, ma che configurano lo scenario di una tragedia immane e forniscono la misura del tradimento e al tempo stesso del successo ottenuto, senza combattere, dagli alleati grazie alla congiura dei generali e di quanti li affiancarono.
Per chiudere queste note, ancora due argomenti, non senza sottolineare che l'analisi storica sull'intera vicenda deve ancora essere affrontata e svelata nella sua interezza. E che solo tale analisi potrà rimuovere la crosta di menzogne che soffoca da oltre mezzo secolo la verità. L'8 Settembre è stato il risultato di un cumulo di vicende, tra cui - in primo piano - l'inadeguata, fraudolenta condotta strategica, logistica, delle operazioni militari. Le cifre di cui sopra confermano che i mezzi c'erano, i materiali pure, le potenzialità industriali anche. In realtà le posizioni chiave negli alti comandi erano ricoperte da generali e ammiragli che non vollero combattere e che con tale orientamento - e con le intese con il nemico - determinarono la disfatta.
Gli Alleati, segnatamente gli americani, condussero il negoziato segreto sulla base di quello che un giornalista statunitense, David Brown, definì in un suo articolo sul settimanale "Crusader", un "gigantesco bluff". Sinteticamente: gli alleati nel settembre 1943 non avevano in Mediterraneo che misere 14 Divisioni, di cui soltanto sei, diconsi sei, impiegabili per "future operazioni".

Senza contare quelle germaniche, il regio esercito ne aveva schierate, nel territorio peninsulare, ben 26, di cui più della metà di pronto impiego. E questo, si ripete, senza considerare le forze tedesche presenti e quelle in rinforzo. E' vero che gli alleati avevano la superiorità aerea, ma non si deve dimenticare che la penisola venne conquistata combattendo per venti mesi a terra e dopo una "sosta" forzata (con rilevantissime perdite) di oltre sei mesi tra Monte Lungo, San Pietro Infine, Cassino. E contro le truppe della Rsi e della Wehrmacht.
A Salerno il 9 settembre, presero terra solo quattro divisioni anglo-americane e mancò poco che fossero ricacciate in mare. L'ordine di reimbarco era già stato diramato.

Cosa sarebbe accaduto se a fianco dei tedeschi vi fossero state altre tra le Divisioni italiane dotate di "elevato spirito combattivo"? E quale sarebbe potuto essere l'esito di quello sbarco denominato "Avalanche" se la Flotta italiana fosse intervenuta con le corazzate "Vittorio Veneto", "Littorio" (nome mutato in "Italia" dopo '8 settembre) e la nuovissima nave da battaglia "Roma" e con le loro scorte di incrociatori e caccia? Il rischio che gli alleati corsero ed evitarono solo per la codardia e la pusillanimità di Badoglio lo sottolinea ancora il giornalista americano David Brown.

In quelle cruciali ore in cui Badoglio dopo aver dichiarato che la guerra continuava a fianco dei tedeschi (ai quali erano stati addirittura richieste divisioni di rinforzo per bloccare l'invasione dei nemici anglo-americani), in preda al panico nel timore di essere catturato dai tedeschi, e quando ancora la resa non era stata firmata, faceva sapere agli americani, tramite il generale Castellano, che la precondizione per la firma doveva essere lo sbarco di almeno quindici divisioni alleate, in massima parte tra Civitavecchia e La Spezia, gli Alleati temettero che il loro bluff fosse stato scoperto. Per loro sarebbe stato un disastro di proporzioni gigantesche. David Brown ha scritto: "Per cambiare le sorti di tutto bastava che Badoglio facesse dire: ". E si aggiunga che nel settembre 1943 gli alleati difettavano di portaerei.

L'obiettivo strategico degli alleati, quindi, era la neutralizzazione delle forze armate italiane. Senza tale risultato, senza ha proclamazione dell'armistizio da parte del governo italiano, lo sbarco di Salerno non sarebbe avvenuto alle ore 04.00 del 9 settembre 1943.
Le seicento navi di vario tipo (da mercantili a motozattere, da corazzate a cannoniere) si erano mosse da vari porti, Orano, Algeri, Biserta, Tripoli, Palermo e Termini Imerese. Poco dopo il tramonto dell'8 settembre si riunirono in una zona di mare circa 50 miglia o ovest della zona Salerno-Paestum. Il 9 mattino alle ore 04.00 cominciarono gli sbarchi.
Il giorno 7 i sedici convogli su cui era suddivisa la forza d'attacco vennero sorvolati e localizzati da ricognitori italiani, ma non furono attaccati. L'attacco venne invece portato dopo le 23 di quel giorno da velivoli tedeschi che colarono a picco due mezzi da sbarco. Fra le 20.00 e le 24.00 dell'8 settembre intervennero anche aerosiluranti tedeschi e italiani. Ma ai dodici aerosiluranti italiani venne ordinato di rientrare alle loro basi non appena il generale Santoro, sottocapo di stato maggiore della regia aeronautica, venne a conoscenza della notizia dell'armistizio diramata dalla radio alleata di Algeri e ne ebbe conferma dal comando supremo italiano.
Così le forze armate italiane conclusero la guerra.
Per anni ci hanno propinato la solita storia che l'armistizio è stato firmato perchè non avevamo mezzi idonei per salvare l'Italia dall'invasione degli alleati, balle...
L'ESERCITO, LA MARINA E L'AViaZIONE hanno causato la caduta del fascismo, perchè ai posti guida di queste armi i capi erano per lo più monarchici e filoinglesi.

Jacopo Barbarito

sabato 23 settembre 2006

Sigarette: aumenta anche la nicotina


Tutte le marche di tabacco esistenti al mondo hanno aumentato il dosaggio di nicotina presente all’interno di ogni singola sigaretta.

Stiamo parlando del 10% in più rispetto a sei anni fa.

I problemi derivanti da quella che sembra essere una percentuale tuttavia iniqua, possono diventare pericolosi: una così alta presenza di nicotina è di difficile eliminazione dal corpo, con conseguente aumento di rischi tumorali.

Perché è successa una cosa simile? Semplicemente perché le società produttrici di sigarette hanno tutto l’interesse a rendere più “drogati” i propri clienti. Ecco spiegato perché alcune marche superano rispetto a sei anni fa i dosaggi anche del 20%, con punte del 60%.

venerdì 22 settembre 2006

Made in Danimarca la felicità


Uno studio condotto in 178 paesi da Adrian White, uno scienziato britannico dell'università di Leicester, ha assegnato ai concittadini di Amleto la palma di popolo più felice del mondo davanti a svizzeri, austriaci, islandesi, abitanti delle Bahamas e poi finlandesi e svedesi. Gli italiani sono al cinquantesimo posto, ampiamente preceduti da americani (23) e tedeschi (35), ma davanti a francesi (62) e giapponesi (90).

Lo studio ha risultati molto diversi da quello analogo pubblicato recentemente della londinese «New Economics Foundation», secondo il quale i più felici al mondo sarebbero gli abitanti del minuscolo Stato del Pacifico di Vaunatu, che adesso si ritrovano invece solo al 24.mo posto. La discrepanza è dovuta al fatto che gli studiosi londinesi avevano inserito nelle loro valutazioni, oltre a parametri come l'aspettativa di vita e la sensazione soggettiva di felicità, anche l'uso delle risorse naturali e questo aveva penalizzato le nazioni più industrializzate come la Danimarca, che era solo al 99.mo posto.

Per il nuovo studio, invece, tra i dati fondamentali per essere felici figurano un'ottima assistenza sanitaria, il benessere economico e l'istruzione. «Questo studio ha spazzato via l'idea che il capitalismo getti la gente nell'infelicità», ha dichiarato il professor White, secondo il quale ciò che conta è che funzioni bene. Nel commentare il primato raggiunto dalla Danimarca nella classifica dei paesi più felici, l'ambasciatore danese a Londra Svend Olling ha spiegato che «per la sensazione di felicità dei danesi è sicuramente importante il fatto che ci esistono differenze minime tra ricchi e poveri».

A contendere ai paesi africani le posizione di coda della classifica dove la gente è più infelice, come il Burundi (178), lo Zimbabwe (177) ed il Congo (176), figurano i più poveri paesi dell'est europeo, come la Moldova (175), l'Ucraina (174), l'Armenia (172) e la Georgia (169).
fonte corriere.it