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martedì 23 gennaio 2007

Una piccola introduzione alla Cucina Sanvitese




“Intre ca vive” ( accomodati e bevi un bicchiere di vino) . Così a San Vito, per tradizione, accoglievamo chi appariva sulla porta di casa. Se poi, la famiglia era riunita a desinare, veniva creato un posto a tavola per l’ospite, con un cordialissimo, ma fermo “Favorisce! Magne ‘ghe nu! (Favorisci ! Mangia con noi!). E a tavola , davanti a scodelle fumanti e al boccale di rosso gagliardo, si rimaneva a lungo a conversare; nascevano amicizie e comparati, che venivano rinsaldati nel tempo con reciproci inviti “ a magnà” con scambi e con scambi di piatti graditi e di primizie della terra e del mare.
La condivisione del cibo, un rito di connotazione sacrale!
La cucina dei nostri nonni era, in genere, il locale più ampio e più importante della casa, con l’immancabile focolare sempre acceso. Per la cucina passavano gli eventi grandi e piccoli della famiglia e le relazioni sociali.
Vi dominavano le nonne e le mamme.
Con le figlie e le nuore attendevano alla cura dei pasti giornalieri; impastavano la farina per la pizza di “grandinie” (granoturco), per le sagne , per i sacconi, per il pane della settimana; manipolavano i prodotti freschi da conservare ( sott’olio, sott’aceto, essiccati, a bagnomaria , in mancanza di frigo); preparavano, a gara e con il cuore, i loro piatti forti e i dolci rituali, secondo circostanze e ricorrenze (“cellipieni” a canestri per la sposa che doveva volare via dalla casa, “cicerchiata “ a Carnevale, consòlo per lutto, pupe e cavalli, cuori e fiadoni per Pasqua, “sciosci” e crespelle per Natale).
Si faceva tutto in casa, a mano, con la collaborazione di parenti e amiche nei lavori di maggior impegno: fuoco a legna; cotture lente e lunghe; materie prime genuine; prodotti semplici e naturali; sapori netti; odori decisi; fragranze penetranti che sapevano di casa; atmosfera di calda e serena vita familiare; intense e dense emozioni primarie; una cultura che impegnava la memoria tacita della tradizione.
Consuetudini e preferenze alimentari sono ancora vive, per disparati versi, nelle famiglie sancitesi veraci, anche e soprattutto emigrate, come il più autentico presepe della memoria, come distintivo di appartenenza come rifugio rassicurante nell’appiattimento e nel disorientamento della globalizzazione del gusto.
Certo! Gli scenari sono cambiati: le cucine sono raramente “abitabili”.
Vi troviamo complicati apparecchi elettronici per i ritmi veloci della vita odierna e, spesso cibi impacchettati e prodotti di inquietante derivazione genetica.
Restano e troviamo ancora a San Vito, però, le materie prime , gli elementi base, la sostanza dei saporosi e caratteristici piatti della cucina tradizionale, insieme con la calda ospitalità del tempo passato e con il piacere di grande di condividere i momenti significativi della vita, a tavola, con le persone care. Il passato vive dentro di noi. Basta un indizio per farlo fremere.
E’ la nostra cultura , compendio dei valori appresi con i processi di socializzazione.
Guai se dovesse disperdersi: non troveremmo più il conforto di qualcuno che condivida il nostro modo di essere, di parlare, di mangiare, di rapportarci.
Alberto di Giovanni

martedì 16 gennaio 2007

Il terzo segreto di Fatima


Questo segreto doveva essere svelato nel 1960. Infatti si attendeva che lo facesse Lucia ma fu proibito anche a lei per vari motivi di paura. Nonostante il cardinale Ottaviani, la curia non aveva tanto piacere di rivelarlo. Poi, quando fu eletto Papa Giovanni Paolo II, la curia non voleva parlare della crisi dottrinale, per permettere al Papa i viaggi.
E' tramite il mons. Corrado Balducci che possiamo permetterci di leggere questa profezia, confermandola lui stesso in una intervista di Orazio Valenti.

"Non aver timore, cara piccola. Sono la Madre di Dio, che ti parla e ti domanda di rendere pubblico il presente Messaggio per il mondo intero. Ciò facendo, incontrerai forti resistenze. Ascolta bene e fa' attenzione a quello che ti dico:
Gli uomini devono correggersi. Con umili suppliche, devono chiedere perdono dei peccati commessi e che potrebbero commettere. Tu desideri che Io ti dia un segno, affinché ognuno accetti le Mie Parole che dico per mezzo tuo, al genere umano. Hai visto il Prodigio del Sole, e tutti, credenti, miscredenti, contadini, cittadini, sapienti, giornalisti, laici, sacerdoti, tutti lo hanno veduto. Ora proclama a Mio Nome:
Un grande castigo cadrà sull'intero genere umano, non oggi, né domani, ma nella seconda metà del Secolo XX. Lo avevo già rivelato ai bambini Melania e Massimino, a "La Salette", ed oggi lo ripeto a te, perché il genere umano ha peccato e calpestato il Dono che avevo fatto. In nessuna parte del mondo vi è ordine, e satana regna nei più alti posti, determinando l'andamento delle cose. Egli effettivamente riuscirà ad introdursi fino alla sommità della Chiesa; egli riuscirà a sedurre gli spiriti dei grandi scienziati che inventano le armi, con le quali sarà possibile distruggere in pochi minuti gran parte dell'umanità. Avrà in potere i potenti che governano i popoli, e li aizzerà a fabbricare enormi quantità di quelle armi. E, se l'umanità non dovesse opporvisi, sarò obbligata a lasciar libero il braccio di Mio Figlio. Allora vedrai che Iddio castigherà gli uomini con maggior severità che non abbia fatto con il diluvio.
Verrà il tempo dei tempi e la fine di tutte le fini, se l'umanità non si convertirà; e se tutto dovesse restare come ora, o peggio, dovesse maggiormente aggravarsi, i grandi e i potenti periranno insieme ai piccoli e ai deboli. Anche per la Chiesa, verrà il tempo delle Sue più grandi prove. Cardinali, si opporranno a Cardinali; Vescovi a Vescovi. Satana marcerà in mezzo alle Loro file, e a Roma vi saranno cambiamenti. Ciò che è putrido cadrà, e ciò che cadrà, più non si alzerà. La Chiesa sarà offuscata, e il mondo sconvolto dal terrore. Tempo verrà che nessun Re, Imperatore, Cardinale o Vescovo, aspetterà Colui che tuttavia verrà, ma per punire secondo i disegni del Padre mio.
Una grande guerra si scatenerà nella seconda metà del XX secolo. Fuoco e fumo cadranno dal Cielo, le acque degli oceani diverranno vapori, e la schiuma s'innalzerà sconvolgendo e tutto affondando. Milioni e Milioni di uomini periranno di ora in ora, coloro che resteranno in vita, invidieranno i morti. Da qualunque parte si volgerà lo sguardo, sarà angoscia, miseria, rovine in tutti i paesi. Vedi? Il tempo si avvicina sempre più, e l'abisso si allarga senza speranza. I buoni periranno assieme ai cattivi, i grandi con i piccoli, i Principi della Chiesa con i loro fedeli, e i regnanti con i loro popoli. Vi sarà morte ovunque a causa degli errori commessi dagl'insensati e dai partigiani di satana il quale allora, e solamente allora, regnerà sul mondo, in ultimo, allorquando quelli che sopravviveranno ad ogni evento, saranno ancora in vita, proclameranno nuovamente Iddio e la Sua Gloria, e Lo serviranno come un tempo, quando il mondo non era così pervertito.
Va, mia piccola, e proclamalo. Io a tal fine, sarò sempre al tuo fianco per aiutarti".

lunedì 15 gennaio 2007

La guerra di Natale


Il giorno di Natale del 1914, nel primo anno della prima guerra mondiale, i soldati tedeschi, inglesi e francesi disobbedirono ai loro superiori e fraternizzarono con “il nemico” lungo due terzi del fronte occidentale. Le truppe tedesche innalzarono alberi di Natale fuori delle trincee con le scritte “Buon Natale.” “Voi non sparate, noi non spariamo.” A migliaia, le truppe attraversarono la terra di nessuno su cui giacevano sparsi corpi in decomposizione. Cantarono i canti di Natale, si scambiarono le foto dei cari rimasti a casa, condivisero le razioni, giocarono a calcio, arrostirono persino alcuni maiali. I soldati abbracciarono gli uomini che solo poche ore innanzi cercavano di uccidere. Si misero d'accordo per avvertirsi se i superiori li avessero obbligati a imbracciare le loro armi e di mirare in alto.
Agli alti comandi, di entrambe le parti, vennero i brividi. Stava succedendo il disastro: soldati che dichiarano la loro fratellanza e che rifiutano di combattere. I generali, da tutte e due le parti, dichiararono questo pacificarsi spontaneo come tradimento e pertanto conforme alla corte marziale. Entro marzo 1915 il movimento di fraternizzazione era stato sradicato e la macchina di morte rimessa completamente all'opera. Al momento dell'armistizio nel 1918, quindici milioni di persone erano state massacrate.
Poche persone sanno la storia della tregua di Natale. I capi militari non hanno infranto le loro regole per renderla pubblica. Il giorno di Natale del 1988, una cronaca nel Boston Globe accennava che una radio FM locale aveva mandato in onda “Natale nelle trincee,” una ballata sulla tregua di Natale, parecchie volte e c'era stato un effetto stupefacente. A Boston, la canzone era diventata il pezzo più richiesto durante le feste su parecchie stazioni FM. “Ancor più stupefacente del numero di richieste avute è la reazione seguente alla ballata degli ascoltatori che non l'avevano mai sentita prima,” ha detto il conduttore. “Mi telefonavano profondamente commossi, a volte in lacrime, chiedendo, 'Cosa diavolo ho appena ascoltato?'”
Penso di sapere perché gli ascoltatori si erano commossi. La storia della tregua di Natale va contro la maggior parte delle cose che ci hanno insegnato circa la gente. Ci fa dare un'occhiata di un mondo come vorremmo che fosse e dice, “Questo, una volta, è veramente accaduto.” Ci ricorda di quei pensieri che manteniamo celati, fuori della portata della TV e degli articoli di giornale che ci dicono come la vita umana sia insignificante e meschina. È come sentire che i nostri desideri più profondi in verità sono giusti: realmente il mondo potrebbe essere differente.

mercoledì 10 gennaio 2007

Erudizione e cultura



Essere uomo è sapere che non si può capire (F. Pessoa)

Qual è la differenza tra erudizione e cultura? L’erudizione, in senso deteriore, è un sapere inerte, sterile, settoriale. Come osserva correttamente, a mio parere, il proteiforme scrittore portoghese Pessoa, in Maschere e paradossi, “mentre l’erudizione è una questione di quantità, la cultura è una questione di qualità”. La prima resta alla superficie, la seconda approfondisce. “In fondo, la distinzione reale consiste nel fatto che l’erudito non ha immaginazione, a differenza dell’uomo colto”.

Tra gli eruditi annovererei tutti quegli spocchiosi ed insignificanti “scienziati” ed “intellettuali” che, confondendo il pubblico con artifici retorici, sofismi, matrici, equazioni e formule, credono di possedere la conoscenza. Come definire allora quegli studentelli saccenti che, poiché frequentano il secondo anno di un corso di laurea di ingegneria o di chimica o di sociologia, pontificano, proclamando le loro consunte, misere “verità”? Costoro non si sono mai posti alcuni quesiti basilari: quello che sto studiando ha dei veri, saldi fondamenti? Quanto la cultura scientifica è oggettiva? Esiste l’oggettività assoluta? La scienza non è anch’essa una forma di ideologia costruita per perseguire lo scopo del potere e del controllo? Che cos’è una teoria? Che cos’è la realtà e come si può conoscere?

Per gli eruditi indagare significa soltanto aggiungere dati a dati spesso inutili, prescindendo da una visione complessiva, di modo che accumulano nozioni come l’avaro fa con le monete d’oro.

Gli eruditi vivono nella loro torre eburnea: ora operano in laboratori asettici ora compulsano libri polverosi in tetre biblioteche, ma non gettano mai uno sguardo al cielo né ascoltano il sibilo del vento. È come se avessero costruito attorno a loro una barriera che impedisce qualsiasi contatto con il mondo, pieno di contraddizioni e di aporie, ma anche di stimoli; è come se avessero piombato la loro mente in modo da impedire alle idee di librarsi e di ipercomunicare.

D’altronde essi hanno già tutte le risoluzioni, mentre la cultura, più che un complesso di cognizioni non di rado opinabili, è un insieme di ipotesi e di domande, sebbene la persona colta sappia che molte domande, specialmente quelle fondamentali, sono destinate a rimanere senza risposta.
Zret

martedì 2 gennaio 2007

Buon 2007: La Felicità


È difficile indugiare su qualcosa che non esiste, come la felicità, ma ci proverò ugualmente. In primo luogo, la distinguerei dalla contentezza che, tenendo conto dell’etimologia, è appagamento, uno stato di soddisfazione di cui possiamo avere esperienza quando siamo solleticati da sensazioni voluttuose. È una condizione che i gaudenti conoscono bene, ma che diventa presto stucchevole.

La felicità è qualcosa di più elevato, di più personale che risiede nel gusto e non nelle cose, come osservava La Rochefoucauld. Purtroppo tale sensazione di benessere e di gratificazione dipende da un concorso ortunato (e fortuito) di fattori molto raro, simile ad un prodigio, ad un miracolo. La felicità non può essere tuttavia assaporata neppure per un istante, se non si prescinde dal tempo che sempre congiura contro di essa, se non ci si immerge in un lago di beata incoscienza, in una sorta di epoché del buon senso e della logica che ci avvertono dell’illusorietà di ogni gioia. Più precari della fiamma di una candela nella tempesta, più mutevoli di una nube, gli istanti di felicità sono astri che rischiarano appena l’oscurità dell’esistenza. Sentiamo comunque che nulla è più lontano dalla felicità del divertimento obbligatorio, mercificato tipico del mondo vacuo e fatuo in cui ci troviamo. Tutto il bric a brac delle feste, delle notti bianche, delle discoteche, dei veglioni di fine anno, con i loro rumorosi e caotici sollazzi sono la perfetta antitesi della felicità, spesso associata alla solitudine, alla contemplazione, alla natura.

Altra cosa, infine, è la serenità, uno stato sublime del tutto incompatibile con la vita imprigionata in una bolla spazio-temporale. La serenità è una beatitudine difficile da concepire, impossibile anche solo da sfiorare. E’ un’estasi, ovverosia letteralmente un'uscita da sé, dal nostro ipertrofico io, per perdersi nel nulla, nel silenzio. È infinitamente distante dalla vita, dall’entropia dei giorni, degli anni, dei secoli.

Per questo saremo sereni, quando e solo se non saremo.

mercoledì 20 dicembre 2006

L'INFLUENZA: come prevenirla



Per decenni abbiamo aderito alla credenza che l’influenza arrivava in inverno a causa del clima più rigido. Ma numerosi studi hanno completamente falsificato una tale teoria, indicando come l’influenza si presenti ai tropici nel loro “inverno, quando è ancora abbastanza caldo (solitamente durante la stagione delle piogge). No, la ragione per cui l’influenza colpisce d’inverno è un’altra. E suggerisce una facile maniera per prevenirla. E non si tratta di farsi vaccinare. Lo sappiamo già che i nostri corpi producono molta meno vitamina D durante l'inverno. Ma è mai possibile che i livelli ridotti di vitamina D in inverno contribuiscano all’influenza?

Le prove sono evidenti. Anni fa, un attento medico generico inglese, R. Edgar Hope-Simpson, ha collegato le epidemie influenzali dell'emisfero nord con il solstizio invernale. Pertanto, l’influenza arriva proprio quando i livelli di vitamina D cominciano a calare. Finora, la medicina convenzionale ha in gran parte ignorato il suo lavoro.

Proprio questo anno, due importanti pubblicazioni mediche hanno pubblicato un report firmato dal Dott. John Cannell, uno psichiatra dello Atascadero State Hospital, California. Si tratta di una struttura di massima sicurezza riservata a criminali infermi di mente. Nel suo resoconto, il Dott. Cannell ha notato che gli altri reparti intorno al suo erano stati soggetti a un violento attacco d’influenza nell'aprile 2005. Ma nessuno dei suoi 32 pazienti ha preso l’influenza, sebbene si fossero anche mischiati con i reclusi infetti degli altri reparti.

Il Dott. Cannell si è interrogato sul perché il suo reparto avesse evitato l’influenza che pur aveva colpito tutti gli altri reparti. Rapidamente ha capito che si trattava delle dosi elevate di vitamina D prescritte a tutti gli uomini sul suo reparto. Aveva riscontrato che i suoi pazienti, come la maggior parte di tutta l’altra gente dei paesi industrializzati, ne avevano un deficit. (Deve essere uno dei pochissimi psichiatri che prestano attenzione alla nutrizione!) I suoi sforzi per rimediare al deficit hanno potenziato il sistema immunitario dei suoi pazienti, proteggendoli completamente dall’influenza.

Perché funziona? La scienza recentemente ha scoperto che la vitamina D stimola i nostri globuli bianchi a produrre una sostanza denominata catelicidina. I ricercatori non hanno ancora studiato questo prodotto chimico sul virus dell’influenza, ma da tempo hanno segnalato che esso attacca un'ampia varietà di agenti patogeni, tra cui funghi, virus, batteri e perfino la tubercolosi.

Così, troviamo che il mio suggerimento di farvi controllare il livello di vitamina D a quest’epoca dell’anno era quanto mai centrato. Ma ora, alla luce di queste nuove informazioni, penso che non sia nemmeno necessario spendere i soldi per sottoporsi agli esami. La vitamina D è poco costosa. E stimola il vostro corpo a produrre quello che potrebbe essere l’antibiotico definitivo! Completamente atossico e che uccide soltanto gli organismi invasori (non le vostre cellule). Dotatevi dell’incredibile protezione della vitamina D. Esponetevi al sole quando potete. Fate semplicemente attenzione a non scottarvi. Se state per lo più all'interno, suggerisco fortemente che aggiungiate vitamina D al vostro regime quotidiano. Raccomando 5.000 IU al giorno. Non vedo controindicazioni a questa dose, particolarmente nei mesi invernali!
Dr. Robert J. Rowen

sabato 11 novembre 2006

Il Biologico, triste fine...


Sono stato colto in contropiede. È cominciato lo spot e ho sentito l'arpeggio familiare dell'ukulele nella famosa e famosamente splendida versione di "Over the Rainbow" fatta dallo scomparso cantante hawaiano Israel Kamakawiwòole, e la mia prima reazione è stata un conato di vomito al pensiero che l'ennesima deliziosa, malinconica canzone, l'ennesima tra mille e mille, venisse imputtanata a beneficio dei demoni della pubblicità.

Ma ecco che arriva una raffica di immagini: l'immancabile sequenza con la Mamma Ideale che fa mangiare al suo Figlio Ideale il Cibo Ideale, il tutto immerso nella luce carezzevole del pasto mattutino, con alberelli giulivi che fanno capolino alle finestre della Cucina Ideale, in uno scorcio utopico di un'America Ideale. Una scena davvero surreale, che non è di questo mondo, visto che mancavano almeno tre bottiglie di vino vuote, un pò di biancheria sporca, una bella pila di piatti incrostati, un tubetto pieno di ansiolitici e un giornale che strilla a caratteri cubitali di omicidi, testate nucleari e schiave sessuali coreane.

E poi, ecco. Il logo. L'immagine del prodotto. La suadente voce fuori campo. Era lo spot per un articolo nuovo di zecca: Kellogg's Organic Rice Krispies [i Rice Krispies Biologici Kellogg's]. Oh, e le braccia ti capitombolano.

Se le pronunci ad alta voce, le parole ti si raggrumano nella strozza, ti imbavagliano. I Rice Krispies Biologici Kellogg's, con in cima alla scatola la scritta BIOLOGICI a caratteri cubitali, rampanti di una felicità serena e posticcia, portatori di immagini fittizie di salute e natura, e della protezione del vostro Bimbo Ideale contro i milioni di veleni appiccicaticci e la nefasta monnezza rigurgitata da quelle ipertrofiche megacorporation del tipo... Bè, del tipo Kellogg's.

I Rice Krispies Biologici Kellogg's. Come dire "Barrette Dietetiche Loockheed Martin" oppure "Acqua Oligominerale Exxon". Auto-mortificazione, ma non certo in senso buono.

È stato in quel momento che l'ho udito. L'uggiolio lamentoso, il singulto e il gemito e il piagnucolio, come di un albero che si spara alla chioma. La campana a morto che accompagna l'estremo respiro del "vero" biologico.

Perché è così, non c'è più. Il biologico è morto. Le corporation se ne sono apertamente impossessate, il Ministero dell'Agricoltura ne ha indebolito la definizione fino alla consunzione, la Whole Foods [grande catena di negozi di cibo organico, 3,87 miliardi di dollari di profitti nel 2004, ndt] lo ha reso chic e popolare e redditizio, e ne ha anche leso l'integrità come nessun altro, spingendo per forza di cose nell'ombra le piccole produzioni locali e ogni idea di sostenibilità, a favore di un'assurda crescita commerciale. E infine questo.

La conoscete? La conoscete la definizione, quella vera? Perché è questo che "biologico" avrebbe dovuto significare, una volta: produzione locale, sostenibile, etica, senza intermediari, priva di ormoni e pesticidi. Ma la stragrande maggioranza dei prodotti biologici che hanno invaso il mercato si è appropriata solo di quest'ultimo aspetto (a volte a malapena), giusto quello che basta a soddisfare le patetiche linee guida del Ministero. Ah, il governo. Non c'è niente che vi faccia venire un maggior desiderio di darvi una mattonata sul cranio.

Un esempio: lo yogurt biologico di Stonyfield Farm. Comer fa notare BusinessWeek, questa roba non viene prodotta in una idilliaca fattoria come quella che si vede nell'etichetta, ma piuttosto in un gigantesco impianto industriale. I camion portano il latte da tutta una serie di fornitori, ed è possibile che ben presto comincino a importare alcuni degli ingredienti biologici - disidratati, in polvere - dalla Nuova Zelanda, per venire incontro alla domanda interna, distribuendoli per tutto il paese tramite compagnie di trasporto su gomma altamente inquinanti.

È questa la cruda realtà, il vero prezzo del biologico "mainstream". È evidente che non ci sono abbastanza fattorie locali piccole ed ecologicamente sostenibili per produrre abbastanza materiale da rifornire tutta la nazione dei Wal-Mart. Si sono fatti enormi compromessi. E questi compromessi significano che ormai del biologico quel che rimane è un guscio vuoto.

"Biologico", secondo un Ministero dell'Agricoltura pappa e ciccia coi lobbisti, non indica un cibo prodotto con attività sostenibili (cioè non distruttive per l'ambiente). Non indica la produzione locale. Non indica un trattamento etico degli animali. Non indica nemmeno che le ditte che lo producono debbano essere appena un pò più eque, o degne di fiducia, o socialmente responsabili. Ora significa soltanto niente pesticidi, niente fertilizzanti di sintesi, niente OGM.

È sufficiente tutto questo? In fondo, il fatto che grandi industrie come la Kellog's e la General Mills, per non parlare dei terrificanti mega-discount tipo Wal-Mart, si siano buttati sul biologico, si tradurrà certamente in un'enorme diminuzione di additivi chimici nella dieta degli Statunitensi, centinaia o addirittura (alla lunga) migliaia di quintali di pesticidi e ormoni e fertilizzanti tolti dall'intera catena alimentare. Benefici del genere non possono essere sottostimati: è una gran cosa davvero. Ma c'è un intoppo, e bello grosso. Ormai migliaia di prodotti si proclamano biologici, ma molti di essi si limitano a sostituire gli additivi chimici e i pesticidi con una pletora di processi industriali altrettanto inquinanti e deleteri che neutralizzano qualsiasi eventuale beneficio per la salute, prima di tutto l'incremento di trasporti e consegne a livello globale che il "biologico industriale" richiede, che introduce nell'ambiente tante di quelle sostanze chimiche da controbilanciare quelle inutilizzate a livello di coltivazione.

(A proposito di questo, se volete leggere un bel libro sulla questione delle aziende agricole, i prodotti biologici, i fast food e soprattutto sulla dieta degli americani, leggetevi "The Omnivorès Dilemma" di Michael Pollan. Tratta la faccenda meglio di quanto potrei mai farlo io. È un must per le letture estive, anche se adesso è autunno).

Che dire della Whole Foods? Forse il massimo dell'ambivalenza, una straordinaria società che, singolarmente, ha dato il maggiore contributo alla larga diffusione del biologico, della conoscenza di una sana alimentazione, e del miglioramento degli standard di coltivazione e allevamento in tutto il settore, per non parlare del fare una spesa più piacevole. Ma, nello stesso tempo, anche solo grazie al suo successo e alla sua espansione, la Whole Foods è quella che ha più contribuito ad annacquare il vero significato della parola "biologico".

Mettiamola così. A meno che non facciate la spesa direttamente dal contadino o presso una cooperativa di quasi-hippy, o vi diate davvero da fare e troviate un'azienda agricola a conduzione davvero familiare entro il raggio di cento miglia da casa vostra, e stabiliate un rapporto con loro, cominciando a comprare DAVVERO prodotti locali, la possibilità che il vostro prossimo acquisto "biologico" corrisponda al suo significato originale equivale alla probabilità di imbattersi in un seno naturale su Playboy. E magari è così che dev'essere, per ora.

Il che ci riporta ai Rice Krispies biologici della kellogg's. Industriali fino al midollo, manco per il cavolo coltivati localmente, manco per il cavolo sostenibili, e prodotti dalla stessa ditta che vi intossica i figli coi Pop-Tarts e i Froot Loops e gli Scooby-Doo Berry Bones, una ditta che si preoccupa della salute del pianeta tanto quanto Dick Cheney se ne frega di quella dei fagiani. Ed è ovvio, distribuiscono quella monnezza per tutto il paese, con aerei e camion che bruciano tanto carburante da far gongolare Bush e sogghignare i baroni del petrolio, perché ci dev'essere tanto da ridere, no? Di voi, naturalmente.

Vabbè, ma almeno contribuiscono ad eliminare migliaia di tonnellate di monnezza chimica dalla catena alimentare, no? Quantomeno FANNO FINTA di essere responsabili.

Il problema è che hanno semplicemente sostituito quelle sostanze chimiche con un additivo ancora più tossico: l'ipocrisia.

Bè, voi riuscite a digerirla?
MARK MORFORD
San Francisco Gate